I servizi italiani ancora una volta scelti per ‘fabbricare’ fake per influenzare la politica USA come ai tempi del NigerGate. Ve lo scrivevo già 2 mesi fa, il 30 maggio: “si parla apertamente di coinvolgimento di procure, servizi segreti e personaggi politici di spicco nella farsa del “Russiagate”, con ambienti nostrani disponibili a supportare la Clinton nel dimostrare le indebite ingerenze di Mosca per favorire l’elezione di Trump”.

Secondo la ricostruzione riportata da Giulio Occhionero, la richiesta di “collaborazione” da parte degli ambienti “clintoniani” sarebbe arrivata nel 2016 direttamente a Renzi, allora a capo del governo (e che a loro doveva molto: era iniziata negli Usa, con un viaggio da Soros, la sua ribalta nazionale, da semplice giovane sindaco di provincia quale era). Renzi però, non sapendone molto di operazioni cyber né di spionaggio, si sarebbe rivolto ad un vecchio amico degli americani, De Gennaro, ex capo della polizia ed ex Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega alle Informazioni per la Sicurezza (che casualmente conosceva bene proprio Muller, il futuro procuratore dell’inchiesta Russiagate). 


Lui avrebbe coordinato il tutto, coinvolgendo in vario modo agenti e persino inquirenti (“potrebbero rinvenirsi elementi tali da far ritenere che alcune Procure si stiano addirittura attivando sul terreno della politica estera” scriveva Occhionero in un esposto il 7 dicembre 2018). E stranamente a metà maggio si è saputo che Conte ha chiesto le dimissioni “volontarie” di 4 vicedirettori dei dipartimenti dei servizi segreti italiani.

Ora la notizia sta esplodendo con tutta la sua portata dirompente e il coinvolgimento di analoghi ambienti inglesi e australiani. Ma se ne parla solo nelle testate straniere: in Italia si stanno attaccando a rubli fantasma, moto d’acqua e assassini bendati pur di non parlarne.