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La vicenda del fallito golpe in Turchia continua a primeggiare tra le principali notizie dal mondo. La repressione messa in atto nei confronti dei presunti organizzatori del colpo di Stato è fonte di grande preoccupazione in Europa. Ma è soprattutto la polemica tra Ankara e Washington, accusata di essere l’ispiratrice di militari golpisti, a tenere alta la tensione e l’attenzione.

Che la Cia abbia una lunga tradizione di operazione “coperte” che hanno portato al rovesciamento di regimi e governi considerati scomodi, è cosa nota. Negli anni della guerra fredda quasi tutti i regimi militari, dal Cile, all’Argentina, dal Brasile alla Grecia erano stati instaurati dai servizi segreti americani. Quello che è meno noto è il fatto questo tipo di attività sono state pane quotidiano anche per la nostra intelligence.

La vicenda che andiamo a ricostruire non è più un segreto di Stato. Resa pubblica molti anni fa dallo stesso protagonista viene citata ogni volta che si parla di Italia e Nord Africa. Era il 1987, il presidente del Consiglio era Bettino Craxi e il ministro degli Esteri Giulio Andreotti.  L’Eni, sotto la presidenza del socialista Franco Reviglio, era impegnato in un programma di espansione nel Mediterraneo e Tunisi era un partner imprescindibile. Il tratto finale del gasdotto che dall’Algeria arrivava in Italia, attraversava la Tunisia.

In quel preciso momento storico però, nel Paese che fu il regno di Cartagine la situazione politica si era molto ingarbugliata. Habib Bourguiba, allora presidente della Repubblica,  era stato il padre fondatore della moderna e laica Tunisia. Eroe della lotta per l’indipendenza dalla Francia, l’anziano premier era, agli inizi degli anni ’80, in pieno decadimento senile. Si cominciava a fare largo in Nordafrica la presenza di movimenti integralisti e l’instabilità e l’insicurezza avevano messo in crisi la credibilità internazionale di Tunisi. Bourguiba aveva intenzione, proprio come Erdogan adesso, di usare il pugno di ferro e minacciava fucilazioni e repressioni che avrebbero fatto precipitare ulteriormente la situazione.

L’Algeria, dal canto suo, mobilitava le sue forze armate e preparava i piani per l’invasione. Il rischio di una guerra civile a Tunisi e di un conflitto nella sponda Sud del Mediterraneo era reale. Per la stabilità dell’area e gli interessi italiani sarebbe stato un danno incalcolabile. Fu allora che il governo chiamò in causa il capo dei servizi segreti di allora, l’ammiraglio Fulvio Martini.

“Ulisse” era il suo nome in codice. Dal 1984 al 1991 sarà il numero uno del Sismi, l’intelligence militare tricolore. Da Roma Martini ricevette l’ordine di volare ad Algeri e incontrare il suo omologo nordafricano. Una missione più da diplomatico che da James Bond, ma di fondamentale importanza. I rapporti tra italiani e algerini, infatti, fino ad allora non erano mai stati buoni. Insieme ai libici ed ai siriani, gli 007 di Algeri erano sospettati di sostenere il terrorismo palestinese. Ma la partita era troppo importante per sottilizzare. Dopo ore di colloquio e trattative in un’area di parcheggio dell’aeroporto di Algeri, Martini ottenne il disco verde da parte del collega.

Gli italiani avrebbe fornito aiuti ai nordafricani garantendo la stabilizzazione dell’area con un cambio della leadership tunisina. Gli algerini, dal canto loro, avrebbero esercitato uno stretto controllo sui gruppi terroristici per scongiurare attentati in Italia. In più i nuovi “alleati” si sarebbero fatti carico di informare e tranquillizzare Tripoli sulle intenzioni di Roma.

L’ultima cosa da mettere a posto, prima della mossa finale, era il rapporto con gli 007 francesi. Sia Algeria che Tunisia erano ex colonie e Parigi non amava movimenti di altri Stati europei in quelle aree. Martini quindi, volò oltralpe per incontrare il capo del Dsge Renè Imbot. Secondo quanto ricostruì anni dopo “Ulisse”, il collega parigino trattò con molta arroganza l’ammiraglio italiano, mettendolo quasi alla porta e avvertendolo che per la Francia quella era ancora una parte del suo impero coloniale. Gli  italiani, quindi, avrebbero  fatto meglio a starsene alla larga.

Ma la minaccia non sortì alcun effetto. Dopo mesi di contatti, trattative, relazioni diplomatiche e trame, come nelle migliori tradizioni delle spy story, gli agenti italiani individuarono il loro uomo di fiducia a Tunisi. Si trattava del generale Zin el Abidin Ben Alì, già capo dei servizi segreti e a quell’epoca ministro dell’Interno. Attorno a lui gli 007 annodarono i fili di una fitta rete di solidarietà e consenso. Adesso era davvero tutto pronto per il colpo di Stato.

La situazione nella capitale tunisina, nel frattempo, si era via via incancrenita. La quotidianità era scandita da manifestazioni e repressioni. Si faceva strada persino la minaccia di un putch da parte dei fondamentalisti islamici. A questo punto da Roma arrivò l’ordine al Sismi e Martini attuò il suo piano. Il golpe scattò la notte tra il 6 e il 7 novembre del 1987.

Ma non ci furono ne battaglioni di fanteria ne carri armati per strada. A deporre Bourguiba ci pensò un’equipe di medici, con tanto di camice bianco e blocchetto per le ricette. Opportunamente imbeccati dai nostri servizi segreti, i sanitari certificarono senza tema di smentita la manifesta incapacità del presidente ad esercitare il suo ruolo. Il decadimento senile era conclamato. Al posto di Bourguiba subentrò, senza colpo ferire, il ministro dell’Interno Ben Alì.

Nessuno protestò in piazza, nessuno si fece male. La Tunisia fu stabilizzata e anche il governo algerino  si tranquillizzò. Il presidente deposto fu trattato con tutti i riguardi dovuti ad un padre della Patria. Condotto nel suo “buen retiro” di Monastir, sua città natale, visse circondato dall’affetto dei suoi cari e monitorato costantemente da un team di medici. Morì nel 2000 a quasi cento anni.

L’unica “vittima” di quel singolare colpo di Stato fu Renè Imbot. Il capo dei servizi francesi era un militare tutto d’un pezzo. Già ufficiale della Legione Straniera, aveva partecipato alla repressione della rivolta di Algeri, ma quella volta fece la figura del perfetto cretino. Il suo primo ministro Jaques Chirac, appresa la notizia del golpe, andò su tutte le furie. Non sopportava il fatto che gli Italiani si fossero fatti beffa di Parigi in Nord Africa. Imbot non perse la vita, ma perse il posto di lavoro. “Ulisse”, invece, poté prendersi una vacanza e godersi il successo dell’operazione.