Natale 1914. Fronte Occidentale. La “piccola gioiosa campagna” prevista in estate da politici e generali si è trasformata in un’estenuante, sanguinosa guerra di trincea. In quegli “ultimi giorni dell’umanità”, riprendendo Karl Kraus, la migliore gioventù d’Europa si appresta a festeggiare la Navità tra i reticolati, buche, fango. Ma, nella Notte Santa, qualcosa d’inatteso e d’imprevisto succede. In più punti del fronte, un canto si leva da una trincea, lento, sommesso, poi più alto. Dall’altra parte, un coro risponde con altrettanta forza. Le voci rimbalzano da un punto all’altro. Le cornamuse iniziano a suonare e trombe, tamburi, pifferi rispondono. All’improvviso nessuno più spara. Poi, dai ripari, qualcuno si leva in piedi e inizia ad inoltrarsi lentamente nella terra di nessuno. Senz’armi, verso il nemico. Nel silenzio. Dalle garritte occhi sorpresi scrutano l’impossibile. Da ogni buca sorge allora un soldato, ognuno con la sua bottiglia di pessimo cognac o di orrida grappa e un tocco del povero dolciume distribuito da quegli imboscati della sussistenza. Sguardi profondi, un attimo d’imbarazzo, poi i nemici si abbracciano, le divise si intrecciano e si confondono. Gli uomini fraternizzano. Cantano. È la tregua di Natale. Per qualche ora la guerra è solo un brutto ricordo.

Non si tratta di una fantasia, quegli straordinari momenti del Natale ’14 avvennero realmente. Furono episodi autentici, veri che coinvolsero migliaia di soldati dei due schieramenti e scandalizzarono e preoccuparono gli Stati maggiori. Allora come oggi, per i generali e tutti coloro “che bevono secco ai loro ricevimenti” il dovere del soldato è uccidere e morire. Punto.

Ecco perchè, all’indomani stesso, i “capi” decisero che il ricordo di quella notte andava cancellato. Eliminato. Ma, come ricorda Marc Bloch ne “L’Apologia della storia”, la società delle trincee produsse un «rifiorire prodigioso della tradizione orale, antica genitrice di leggende e miti. Con un colpo ardito, che nemmeno il più audace sperimentatore avrebbe mai osato sognare, i governi ricondussero il soldato del fronte ai mezzi di informazione allo stato d’animo delle epoche antiche, prima del giornale, prima del manifesto, prima del libro».

Così, nonostante la censura e le punizioni, la memoria di quella notte magica si perpetuò nel piccolo popolo errante delle trincee per giungere, attraverso percorsi sottili e misteriosi, sino a noi e diventare nel 2005 un bel film, “Joyeux Noel scritto e diretto da Christian Carion. Oggi, mentre l’Europa s’appresta a ricordare il centenario del suo suicidio, noi vogliamo ricordare quei ragazzi, quei soldati, quel Natale. Certi che gli uomini di valore sono tutti fratelli.