La questione dell’equilibrio finanziario e patrimoniale dei conti dell’INPS, sollevata dal suo presidente Mastrapasqua innanzi alla speciale Commissione Parlamentare bicamerale di vigilanza sugli enti di previdenza (quindi, nella sede più istituzionale che ci sia per questo tipo di Enti), non è solo un “problema contabile” come ci si è affrettati a precisare sia da parte dello stesso Mastrapasqua che del Ministro dell’Economia e del Ministro “vigilante” dell’Ente, ossia Giovannini, che è appunto Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale (spesso lo si dimentica).

Ma la storia è assai lontana, e nasce nella stessa Commissione Parlamentare cui si è rivolto Mastrapasqua. Negli anni scorsi, ed in modo particolare in quelli del Governo Prodi del 2006/2008 (lo stesso che “sequestrò” il trattamento di fine rapporto – la liquidazione – alle aziende per trasferirle all’INPS od, a scelta del lavoratore, ai Fondi di previdenza complementare), l’allora presidente di quella stessa Commissione, la “democratica” Elena Cordoni (proveniente dai “Comunisti Italiani”….), d’intesa con l’ex-ministro del lavoro Tiziano Treu e con una parte dei sindacati (esclusa l’UGL che si oppose sempre fermamente nel corso delle audizioni e dei convegni) propose l’istituzione del cosiddetto “Superinps” : un unico ente nazionale di  previdenza che avrebbe dovuto accorpare tutti gli altri Enti di previdenza pubblica esistenti. Ciò avvenne nel corso del 2011, sotto l’egida del Governo Monti, che stabilì la confluenza nell’Inps dell’Inpdap, l’ente di previdenza per i pubblici dipendenti (Ministeri, Regioni, Province, Comuni, Enti vari); dell’Enpals, ente di previdenza dello spettacolo e dello sport; dell’Ipost, ente di previdenza delle poste; dell’Ipsema, ente di previdenza dei marittimi.

Il pretesto apparente era quello di risparmiare sui costi di gestione, costituiti dai consigli di amministrazione e dei servizi autonomi di contabilità ed informatica: il che poteva essere vero, ma si trattava solo di pochi milioni di euro rispetto a quello che quel progetto nascondeva.

Infatti, da tempo l’Inpdap nascondeva un grosso “buco” la cui copertura veniva rimandata di anno in anno. Infatti, mentre fino ad alcuni anni fa il datore di lavoro “Stato” non si preoccupava di dover versare materialmente e puntualmente, come tutti i datori di lavoro privati, i contributi previdenziali a suo carico per i propri dipendenti perché tanto era la stessa “cassa” a dover pagare poi le pensioni, con la privatizzazione del rapporto di lavoro pubblico questa omissione cessava. Però lo Stato continuava ugualmente a non versare i propri contributi, fino a far accumulare – come appare dai bilanci dell’INPS – 7.125 milioni di deficit d’esercizio (ossia, differenza tra entrate contributive e pensioni erogate) che, aggiungendosi ai deficit degli anni precedenti, ha fatto cumulare all’INPDAP un deficit patrimoniale di ben 17.394 milioni.

Questo deficit è stato quindi trasferito all’INPS facendogli così dimezzare il suo patrimonio ATTIVO che è passato dai 41.200 milioni del 2011 ai 21.800 milioni del 2012.

Ma al danno si aggiunge anche la beffa, ed in sostanza è questo quello che ha denunciato Mastrapasqua. I versamenti che il Tesoro effettua all’INPS, soprattutto per coprire le spese a carico della fiscalità generale per la cosiddetta “GIAS” (gestione interventi assistenziali e sociali: pensioni minime, ecc.), sono considerati dallo stesso come “anticipi” (ossia, prestiti) e non saldo di un debito!

Quindi, nel bilancio dell’INPS si costituisce una voce passiva relativa al presunto “debito” verso lo Stato, anziché una voce attiva per il credito maturato: come si può facilmente capire, la differenza negativa si raddoppia.

A che serve tutto ciò, il trasferimento dell’INPDAP ed il “prestito” all’INPS? E’ molto semplice spiegarlo: serve al Tesoro per mascherare un debito occulto che appesantirebbe il bilancio statale e farebbe “sforare” verso l’alto quel famigerato “tetto” del 3% imposto dall’Unione Europea. Quindi, quest’operazione – accuratamente studiata dall’”europeista” Monti e confermata da Saccomanni – è parallela all’omissione, nel bilancio dello Stato, dei debiti verso fornitori ed appaltatori (i quali vengono inseriti solo al momento del pagamento, e non al momento della creazione) e dei debiti verso i contribuenti per le imposte da rimborsare, a cominciare dall’IVA: il tutto che si dice superi i 100 miliardi di euro.

Come risolvere la situazione, allora? Innanzitutto, occorre smentire l’allarmismo sulla tenuta dei conti dell’INPS e del sistema pensionistico, perché le pensioni sono – al 90% – pagate con i contributi dei datori di lavoro e dei lavoratori. Però è indispensabile che lo Stato compia due operazioni fondamentali: la prima, è quella di trasformare le sue “anticipazioni” all’INPS in debiti veri e propri eliminando l’ipotesi di recupero di un credito inesistente. La seconda, è quella di pagare innanzitutto regolarmente i contributi sui propri dipendenti, e poi avviare un piano di risanamento pluriennale per il debito pregresso, così come l’INPS consente ai debitori datori di lavoro privati.

Perché se non si fa questo, assisteremo ad un’ennesima “imposta occulta” dello Stato il quale si farebbe pagare dai privati – imprenditori e lavoratori – i contributi che esso non versa….

Infine, vi è la proposta da molti anni avanzata dal sindacato UGL e prima ancora dalla CISNAL, che è quella di separare la previdenza dall’assistenza costituendo due Enti appositi senza confusioni finanziarie: si capirebbe allora che la previdenza, correttamente intesa, è in equilibrio e che è l’assistenza – a carico dello Stato – ad aver bisogno del contributo finanziario del Tesoro.

Vi è infine un’ultima considerazione da fare. Con la creazione del “Superinps” si è creato un mostro finanziario che movimenta ogni anno sui 400 miliardi di euro, ed ha un bilancio inferiore solo a quello dello Stato. Inoltre, questo è un Ente che praticamente coinvolge tutti i cittadini italiani: lavoratori dipendenti pubblici e privati, lavoratori autonomi (esclusi i professionisti), datori di lavoro, disoccupati, pensionati. Eppure, tutto ciò è gestito da una sola persona, il presidente Mastrapasqua (nominato in via provvisoria dal governo Berlusconi in attesa di una riforma della “governance” dell’Ente, ma confermato dal governo Monti fino al 31 dicembre 2014) e da un personale che è certamente altamente qualificato ma che diminuisce progressivamente per effetto del blocco del “turn-over”. Cosicché l’INPS ha dovuto affidarsi pressoché totalmente al servizio via internet e, poiché ovviamente lavoratori e pensionati non sempre sono in grado di usare i sistemi informatici, alla “sussidiarietà” dei Patronati. Ai quali, peraltro, si riducono i rimborsi.

Trattasi quindi di una situazione che va riesaminata in tutti i suoi aspetti, non solo quelli finanziari e contabili, al fine di garantire l’efficienza di un servizio indispensabile a milioni di Italiani.