Tra le vittime recuperate dall’Hotel Rigopiano vi è pure un senegalese, che lavorava come inserviente all’albergo. Questa vittima, al di là delle speculazioni giornalistiche che scriveranno di un immigrato vittima del lavoro che stava svolgendo in quel posto (bisognerà però vedere se era in regola o lavorava in nero: è strano che nessuno ne aveva parlato prima di trovare la salma) esaltando indirettamente l’integrazione e l’accoglienza indiscriminata degli immigrati, c’induce ad un ricordo ed ad una riflessione.

Pino Rauti, in un suo bel discorso alla Camera svolto il 20 febbraio 1990 nella discussione sul decreto Martelli per la sanatoria degli immigrati irregolari (erano allora pochi, provenienti soprattutto dall’Albania e dai Paesi dell’Est), che era il primo atto legislativo su quella materia, ebbe a parlare di una sua esperienza da parlamentare europeo in Gran Bretagna, a Birmingham, dove aveva visto famiglie di africani con i loro numerosi bambini – provenienti dai territori dell’ex-impero inglese – immersi nel clima tetro, fuligginoso, nebbioso tipico dell’Inghilterra soprattutto nelle città industriali. E si domandava retoricamente: ma cosa ci fanno in quel clima quella gente, abituata ai cieli tersi africani ed al suo sole? Ed aggiungeva: ma non sarebbe meglio creare per quelle famiglie delle occasioni di lavoro e delle residenze confortevoli nella loro terra d’origine, anziché farli soffrire in quei posti provocando insoddisfazioni, astio, ed isolamento anziché integrazione?

Ecco, quelle domande retoriche di Rauti possono essere fatte anche in questa occasione. Ma che ci fa un senegalese sul Gran Sasso, in Abruzzo, in mezzo alle montagne, ai terremoti ed alla neve che – pur quando non ci sono tempeste come in questi giorni – è sempre presente?

Perché non si è fermato a respirare la sua aria nativa? Perché non ha trovato lavoro nella sua Patria che non è tra i Paesi sottosvilupati perché ha risorse minerarie, un’agricoltura fiorente, una pesca d’esportazione, un importante porto franco come Dakar, una sostanziale stabilità politica? Certo, ci saranno difficoltà: ma non tali da impedire di potersi inserire in modo soddisfacente.

E invece, attratto da una propaganda ingannevole, sventolata come il drappo rosso dinanzi al toro nell’arena, che dipinge l’Europa come un territorio in cui si può fare facilmente fortuna, guadagnare e sistemarsi per bene, l’immigrato affronta un lunghissimo e pericoloso viaggio, arricchendo i trasportatori a terra ed in mare, e finisce a fare o il venditore ambulante (al servizio di qualche camorra, come è successo a Napoli nei giorni scorsi) o gli inservienti in mezzo alle montagne.

Rauti fin dal 1990 dette una spiegazione a tutto ciò: disse in quel discorso che tutto ciò è provocato dal capitalismo che ha bisogno di un esercito di lavoratori alternativo, di riserva, a basso costo: i nuovi schiavi del XXI^ secolo. E questi concetti Rauti li espose a tutti gli Italiani scrivendo nel manifesto programmatico del Msi per le elezioni regionali del 1990:

“ …sulla pelle di questi uomini sradicati dalla propria terra si sta giocando la più grave truffa della cultura radical-progressista. Mentre nei salotti, nelle parrocchie e nella Confindustria si esaltano le prospettive della società multirazziale che comporterebbe disagi inaccettabili per il popolo italiano e si accusa di razzismo chi vorrebbe affrontare realisticamente il problema, l’unica prospettiva che si offre agli immigrati è il lavoro nero e l’accattonaggio nei centri urbani. Il Msi indica invece una politica di cooperazione con i Paesi del Terzo Mondo al fine di aiutarli a realizzare nuovi posti di lavoro ed uno sviluppo equilibrato all’interno della propria terra.”

Ecco, la morte di quel senegalese conferma quello che lucidamente il Msi, nella persona del suo segretario nazionale di allora Pino Rauti, previde nel 1990: ventisette anni fa.