Sul “Corriere della Sera” di sabato 22 luglio sono apparsi, in ambiti diversi, due articoli le cui considerazioni meritano un approfondimento. Il primo, l’editoriale, è di Ernesto Galli della Loggia e tratta della “politica senza potere” attualmente esistente in Italia definita del “non fare”; l’altro, sul supplemento culturale “La Lettura”, di Maurizio Ferrera sull’ipotesi di una “società neofeudale”.

La tesi di Galli della Loggia deriva dalla constatazione che in Italia ormai il sistema politico non ha più alcun reale potere di direzione, gestione ed influenza su tutti gli aspetti dell’azione politica chiunque sia il (teorico) vincitore delle elezioni. Ciò si constata in politica estera, in politica interna, in politica economica, in politica sociale, in politica burocratica ed amministrativa.

L’autore non ne specifica le cause, ma a nostro parere questo è l’effetto combinato e moltiplicatore sia dei cosiddetti “contrappesi” istituiti formalmente o autocostituitisi sia dei vincoli derivanti da Trattati internazionali sottoscritti – nell’euforia della presunta eguaglianza degli Stati e del cosiddetto “libero commercio” – senza alcuna valutazione sui loro effetti negativi.

Per quanto riguarda i “contrappesi” istituzionali, essi furono inseriti nella Costituzione nel timore paralizzante di un nuovo autoritarismo dopo quello fascista: si tratta della doppia lettura delle leggi, della necessaria loro sottoscrizione e promulgazione da parte del Presidente della Repubblica che può ritardarla o rinviarla, del successivo controllo di legittimità costituzionale da parte della Corte Costituzionale su ricorso e delle interpretazioni autonome da parte della magistratura, creatrice indiretta essa stessa di leggi. La quale magistratura è anch’essa indipendente in tutti i suoi aspetti, da quello inquisitorio a quello deliberante. Infine, si sono aggiunti – con improvvide riforme costituzionali – i poteri autonomi delle Regioni con conseguenti conflitti dio competenze con il governo e la parallela istituzione dei Tribunali Amministrativi Regionali che si occupano di qualsiasi provvedimento, non solo delle delibere degli Enti Locali com’era un tempo la competenza delle Giunte Provinciali Amministrative.

All’epoca della cosiddetta “prima repubblica”, ciò veniva in parte compensato dall’esistenza dei partiti-stato (soprattutto del principale che era la “Democrazia Cristiana”) che avevano costruito la loro struttura sulla base di quella ideata del Partito Nazionale Fascista e che, soprattutto, avevano una forte coesione interna insieme ad un’autorità ed un orientamento politico che s’imponeva anche ai “contrappesi” sopra indicati. Inoltre, le Regioni pur costituite non avevano i nuovi e più ampi poteri istituiti con la riforma costituzionale del 2001.

Adesso, tutto ciò non esiste più: i partiti sono ectoplasmi rianimati solo in occasione delle campagne elettorali ed i deputati, anche se nominati in base a leggi elettorali anch’esse demenziali, non sentono più alcuna disciplina.

Dal punto di vista poi dei Trattati internazionali, quelli commerciali (Organizzazione mondiale del commercio, mercato comune europeo, accordi tipo CETA e TTIP) tolgono ogni autonomia produttiva in termini di origine e qualità del prodotto allo Stato e la sottopongono a giudizi di arbitrati internazionali dominati dalle multinazionali. Quelli economici, come l’Euro e la sua Banca Centrale Europea, impongono la politica monetaria in termini di quantità della circolazione, tassi d’interesse, vigilanza sul sistema bancario, emissione del debito pubblico. Quelli politici, poi, come il Trattato dell’Unione Europea e la NATO, sottopongono il potere politico nazionale alla volontà dei “soci” più forti, più influenti, più determinati per quanto concerne la politica estera e militare.

In queste condizioni, si scivola, come scrive Galli della Loggia, nell’immobilismo e nell’anarchia: ma poiché com’è noto i vuoti tendono a riempirsi, ecco profilarsi un “nuovo feudalesimo”. Chi sono i nuovi feudatari? Sono anzitutto gli Enti Locali, soprattutto le Regioni, che agiscono come vogliono per conquistarsi spazi sempre più ampi di autonomia politica e finanziaria; sono i grandi gruppi economici e finanziari nazionali ed esteri che pretendono normative a loro favore per quanto concerne il fisco, l’acquisizione delle imprese anche di rilevanza nazionale, la libertà di assumere iniziative di offerte al pubblico senza alcun controllo (esempi, i giochi; i motori di ricerca d’internet; i collegamenti “social” su internet; la “banda larga”; il “libero mercato” nelle offerte di forniture di luce e gas; le tariffe assicurative, ed altro ancora), la libertà di spostare le imprese all’estero lasciando disoccupati i dipendenti italiani, norme per rendere le occupazioni lavorative sempre più temporanee, precarie e sottoposte ad un “salario minimo”; sono il nuovo potere emergente delle “organizzazioni non governative” che già nella loro denominazione appaiono entità antistatali.

Invece quelle organizzazioni rappresentative di reali interessi concreti non speculativi e non antinazionali, impropriamente definite “corporative”, ossia le associazioni sindacali e datoriali, sono ormai anch’esse rimaste quasi prive d’influenza, parallelamente alla politica.

Dinanzi a questa forma di feudalesimo “ostile”, sarebbe allora il caso – come indicato nella “Lettura” del “Corriere della Sera” – di costituire una forma di feudalesimo “amico” che potrebbe essere quello comunitario nei piccoli territori, comuni o zone omogenee per storia, cultura ed attività produttiva; quello sociale, con aggregazioni socio-culturali basate su alcuni principi comuni da sostenere; quelli definibili in inglese “one matter” aventi un solo scopo d’interesse comune da realizzare opponendosi ad altri poteri. Insomma, la varietà di motivi per cui il popolo possa riunirsi in comunità autonome è molteplice.

A questo proposito, vi è un’altra considerazione da svolgere.

Negli ultimi anni, è cresciuto il distacco tra le metropoli e le altre città od insediamenti territoriali. Le metropoli tendono ad essere indipendenti anche dal potere centrale, allargare la loro dimensione ai territori circostanti, acquisire proprie risorse finanziarie, avere una visione politica e culturale del tutto distinta da quella dei loro connazionali residenti in altre località. Ciò è stato analizzato dettagliatamente nel numero “fuoriserie” 5 dell’interessante rivista francese di geopolitica “Conflits”, diretta dal prof. Pascal Gauchon, intitolato proprio “Le pouvoir des villes”.

La dimostrazione di questa tendenza si è avuta nelle elezioni in alcuni Paesi: in Inghilterra, mentre la maggioranza delle altre città e dei villaggi ha votato per l’uscitadall’Unione Europea (“Brexit”), Londra ha votato per restarvi; negli Usa, mentre la maggioranza degli elettori delle piccole e medie città interne (la cosiddetta “America profonda” o le radici della terra “Grass roots”) ha votato per il presidente Trump, le metropoli come New York e Los Angeles hanno votato per la Clinton; in Francia, mentre gran parte dei dipartimenti dell’interno hanno votato per Marine Le Pen, la metropoli Parigi ha votato Macron contribuendo a farlo eleggere.

Ed anche in Italia, nelle elezioni amministrative degli ultimi anni, mentre Roma e Torino hanno visto la vittoria di candidati di “5 Stelle” inesperti e senza contatti con il territorio ed a Milano quella di un manager presentato dal partito democratico, in tutte le altre città hanno vinto persone da tempo impegnate sul territorio e tra la gente.

In conclusione, ci sembra che il mondo stia cambiando aspetto e che il sistema democratico, così come lo conosciamo, non sia più in grado di gestire la complessità della politica e dello Stato. Per evitare la disgregazione in un nuovo feudalesimo, in cui a governare non saranno più i nobili ed i condottieri ma i finanzieri e le multinazionali, è necessaria una seria riforma in cui l’autorità e la centralità dello Stato e dei suoi legittimi rappresentanti sia superiore a qualsiasi contropotere creatosi fuori dal sistema politico. E riteniamo che quei movimenti politici che oggi sostengono la tesi della “sovranità” dovrebbero esaminarla anche sotto gli aspetti qui sopra esposti per studiare delle soluzioni giuridiche e costituzionali per un nuovo assetto dello Stato.