Cominciano ad avvertirsi i primi segnali dei contraccolpi delle “sanzioni” stupidamente dichiarate contro la Russia: la Polonia e la Germania comunicano una riduzione del 45% delle forniture di gas, ed ancora non si sa a che punto si fermerà la giusta e naturale controffensiva russa nei confronti dell’Unione Europea, avviatasi in una guerra economica per motivi che l’opinione pubblica ancora non ha compreso ma che si appalesano sempre più chiari se si riflette su alcuni fatti.

L’Unione Europea, com’è noto, è da molti punti di vista un gigante economico: le esportazioni sia di tecnologia industriale tedesca sia di moda ed arte italiana, insieme alle specialità agroalimentari (tanto per citare le principali) lo dimostrano a sufficienza. E lo dimostra anche il livello medio di vita economica e sociale dei cittadini europei, nettamente migliore – in termini, appunto, di media – di quelli nordamericani e sudamericani, senza parlare dei cinesi. E’ quindi un potenziale concorrente della supremazia economica, ed indirettamente anche politica, degli Stati Uniti.

Eppure, questo “gigante” si regge su un piede di argilla, sulla sabbia. Il suo punto debole è l’energia: non ha fonti energetiche, al di là del carbone non utilizzabile per tutte le produzioni, di petrolio e gas, il “sangue” che in questi ultimi due secoli ha fatto funzionare il corpo delle nazioni sviluppate industrialmente.

A questa carenza, l’Europa ha risposto con le alleanze e gli accordi economici con i Paesi produttori di petrolio: innanzitutto quelli della sponda sud del Mediterraneo e del Mar Rosso, ossia Libia, Irak, Iran, Arabia Saudita, Qatar. Poi, dopo la caduta del “muro di Berlino” e la fine della “guerra fredda”, gli accordi si sono estesi alla Russia ed ai Paesi adiacenti ricchi soprattutto di gas.

Ebbene, rileggiamo ora attentamente gli avvenimenti degli ultimi dodici anni, a partire da quell’ancora misterioso episodio dell’11 settembre 2001 che ha segnato l’inizio della “terza guerra mondiale” non dichiarata e spezzettata in tanti focolai, come ha detto il Papa.

Primo a cadere è stato l’Irak, accusato – falsamente, ormai lo sanno tutti – di aver collaborato all’attentato alle “Torri” di New York e di possedere “armi di distruzione di massa”: interruzione dei rifornimenti petroliferi, e comunque eliminazione degli accordi con i Paesi Europei. Non solo, ma quando l’Irak si stava riprendendo, ecco sorgere dal nulla l’Isis, il sedicente “califfato” islamico, che guarda caso occupa innanzitutto la regione dove si estrae il petrolio.

Poi c’è l’Iran, accusato – anch’esso falsamente – di preparare la costruzione della bomba atomica e quindi isolato con le sanzioni economiche, quindi con limitazioni all’acquisto di petrolio.

Si passa alla Libia, colpevole di aver stipulato accordi assai positivi con l’Italia per la fornitura di petrolio: eliminata anch’essa, suscitando guerre civili e tribali e favorendo l’instaurazione del caos in quel Paese.

Dell’Arabia Saudita e del Qatar è inutile parlare, perché di fatto le loro risorse petrolifere sono gestite dalle compagnie americane le quali possono decidere come, quando ed a che prezzo venderle ai Paesi europei.

Restava la Russia, che stava per diventare alleata strategica per l’Europa, non solo per le forniture di gas. Anche questa alleanza andava distrutta: si suscitano in Ucraina vecchi nazionalismi antirussi, si utilizzano alla bisogna gruppi armati di presunti e sedicenti “nazisti”, si inizia ad alzare addirittura un muro sui confini con la Russia (ma non dovevano cadere tutti i muri, dicevamo nel 1989? Ed invece ora abbiamo un muro a Gaza, un muro a Cipro, un muro in Ucraina….) ed anche i rifornimenti di gas dalla Russia iniziano a fermarsi.

Quale considerazione traiamo da tutti questi episodi, apparentemente slegati tra di loro ma uniti da un filo conduttore ben visibile e rispondenti ad una occulta strategia egemonica? Quella d’impedire, forse per sempre, all’Europa di diventare quello che il povero Jean Thiriart chiamava “Un’impero di 400 milioni di uomini, da Brest a Vladivostock” e che altri chiamavano più semplicemente “Europa Nazione” od addirittura, rievocando l’immane conflitto degli anni quaranta, “la Fortezza Europa”.

E come lo si impedisce? Con due sistemi, entrambi convergenti: da un lato, la divisione all’interno, risuscitando i vecchi nazionalismi ottocenteschi e la volontà di dominio autonomo continentale sempre presente nell’inconscio tedesco; dall’altro, il più micidiale, “strangolando” le capacità produttive e mettendo in crisi la stessa vita sociale dei cittadini con l’interruzione o la drastica riduzione o l’aumento del costo delle risorse energetiche.

A chi giova tutto ciò? Ad una sola potenza: gli Stati Uniti d’America, che cercano di uscire dalla crisi, anche morale, che li travaglia eliminando un possibile futuro concorrente.

Ed a questo proposito vale la pena di citare quello che disse, poco prima di morire, l’ex-presidente francese François Mitterrand al giornalista Georges-Marc Benamou, autore del libro-intervista “Le Dernier Mitterrand”, edito nel 2005 da Pocket:

 

“La Francia non lo sa, ma noi siamo in guerra con l’America. Si, una guerra permanente, una guerra vitale, una guerra economica, una guerra apparentemente senza morti. Si, sono molto duri gli americani, sono voraci, essi vogliono un potere senza dividerlo con il mondo. E’ una guerra sconosciuta, una guerra permanente, apparentemente senza morti e tuttavia una guerra a morte.”

 

Parole a cui si potrebbero aggiungere quelle del giudice antiterrorismo Rosario Priore nel suo libro-intervista con Giovanni Fasanella intitolato “Intrigo internazionale”  ed edito da “Chiare Lettere” nel 2010, a proposito delle stragi:

 

“siamo stati in guerra senza saperlo. L’egemonia del Mediterraneo, il controllo delle fonti energetiche ci hanno messo in rotta di collisione con chi non ha mai sopportato il nostro rapporto privilegiato con la Libia.”

 

E questo veniva detto PRIMA dell’aggressione militare alla Libia di Gheddafi nel febbraio/marzo 2011!

 

Questa è la situazione in cui ci troviamo, in cui si trova l’Italia e tutta l’Europa: una situazione drammatica aggravata dal fatto che oggi in Italia ed in Europa non ci sono più le classi dirigenti di alcuni lustri fa, che si erano forgiate con la lotta politica, il carcere per alcuni, la guerra per altri, e che sapevano guardare avanti, alle realtà permanenti della storia e della geografia, difendendo i loro popoli e le loro Nazioni.