Quando si è affermata l’idea, sancita da un massiccio consenso elettorale, che “uno vale uno”, la democrazia italiana è entrata nella fase più acuta della sua crisi. L‘ estremizzazione egualitaria ha cancellato qualsiasi replica possibile dei sostenitori delle competenze e delle gerarchie. E coloro che hanno condiviso l’assurdo assunto si sono sentiti autorizzati a rivendicare come giacobini assetati di giustizialismo sommario la bontà dell’idea che li metteva nella posizione di accaparrarsi il potere puntando sull’odio, sull’invidia sociale, sulla paura del “diverso”, sull’inimicizia dell’Europa.


L’acquisizione del potere da parte dei sovran-populisti ha reso l’Italia il laboratorio della dissoluzione dei principi fondanti la democrazia organica, quella, per intenderci, nella quale il suffragio è certamente uno dei pilastri della costruzione comunitaria, ma se ad esso non si affiancano la responsabilità, la partecipazione, la solidarietà, non resterà niente del governo del popolo, al massimo la sua caricatura. E gli oligarchi che per un anno ci hanno propinato di tutto, in nome del cambiamento, sono stati i fautori di un istero-egualitarismo per Il quale chiunque si è vanamente sentito in dovere di reclamare per se stesso (salvo smentite fattuali) qualsiasi cosa gli veniva promesso da quel fronte bislacco eppure propagandisticamente efficace guidato da Salvini e Di Maio.


Adesso che i conti non tornano più, ed uno dei due protagonisti della più confusa stagione politica della storia repubblicana reclama il diritto ad ottenere addirittura “i pieni poteri”, mentre qualcuno fa finta non sentire questa roboante intenzione, ci si dimentica che non è vero che “uno vale uno”, ma uno solo vale tutti. Cioè a dire la pretesa di identificare il popolo con il capo o questi con chi lo applaude acriticamente.
I paragoni storici si stanno sprecando in questi giorni, ma il solo che reputo significativo è quello con il giacobinismo sfociato anni dopo in bonapartismo: l’edificazione di un’élite che oggi avrebbe, a differenza del lontano passato, il supporto di una tecnologia aggressiva per produrre e conservare consenso.

Altro che rappresentanza responsabile e partecipazione attiva. La democrazia italiana – che non si è stati capaci di riformare secondo modelli di intervento politico e di controllo della legalità partitica per come autorevoli studiosi, oltre che lungimiranti politici, immaginavano e proponevano – è entrata in un tunnel nel quale è impossibile perfino riconoscere le regole che dovrebbero modulare lo svolgimento del processo di ricomposizione a seguito della rottura nell’ambito della maggioranza di governo. E per questo, quale che sarà la soluzione che verrà adottata, potrà dirsi soddisfatto.


Elezioni anticipate? Governo istituzionale, di minoranza o di scopo? Marchingegni per ritardare il voto con conseguenze devastanti all’interno degli stessi partiti e delle improbabili coalizioni? Alchimie.


Un classe politica seria e dedita alla ricerca di “bene comune” non avrebbe strillato come le oche del Campidoglio all’invasione (ma quando è avvenuta?) dei “diversi” per eccitare l’istinto primordiale di sopravvivenza, né avrebbe fatto credere che la “povertà è stata abolita” (con tutto il rispetto, neppure Nostro Signore che resuscitava i morti e guariva gli infermi si spinse fino a tanto) ed il ridicolo reddito di cittadinanza unitamente alla “quota cento” avrebbero reso l’Italia un posto migliore.

La classe politica sistematasi nelle stanze del potere poco più di un anno fa, impropriamente avvinghiata ad un patto di potere scellerato perché finalizzato alla distruzione degli stessi “soci”, ma ricco di promesse partitocratiche che entrambi i soggetti contraenti ambivano a soddisfare, avrebbe dovuto impegnarsi in una riforma, possibilmente coinvolgente anche le altre forze politiche, del sistema istituzionale constatata la fragilità del vigente e dedicarsi a porre le premesse di un nuovo protagonismo italiano piuttosto che incanaglirsi contro tutto, tradendo alleanze interne ed internazionali, spiaggiandosi sulla volgarità più corriva e utilizzando il sovranismo (caricatura tragica del sostantivo sovranità) ed il populismo (mistificazione di popolare ed ideologia anarco-elitista) quali pilastri di un disegno volto alla demolizione della già barcollante democrazia.


Adesso che la crisi sistemica è sotto gli occhi di tutti, perfino di quelli che non li hanno voluti aprire finora, si resta sconcertati dalle ipotesi che vengono messe sul tavolo: i partitocrati di una volta erano dei veri statisti a fronte di biscazzieri del potere il cui unico scopo è quello di salvare se stessi. Altro che “nazione sovrana” (è in atto un processo di disgregazione che fa rimpiangere il secessionismo: l’autonomia regionale rafforzata), altro che popolo decidente: uno non vale uno, non vale niente come tutti gli altri. E la partita che si sta giocando è proprio quella di limitare i danni mettendo insieme ciò che insieme non può stare e dividendo ciò che dovrebbe restare unito.


Chi, per ragioni opposte, tira in ballo l’ aumento dell’Iva e l’ esercizio provvisorio, tanto per spaventare la gente, al fine di giustificare il ricorso alle urne o negarlo, è complice della devastazione provocata dai sovran-populisti (si accusano a vicenda, ma fino a ieri hanno condiviso tutto ciò che potevano: dovrebbero avere la decenza di ammetterlo) il cui esercizio del potere non è stato scalfito per un anno da nessuno, tanto da destra quanto da sinistra, nella speranza in entrambi di schieramenti di potersi ritagliare uno spazio all’ombra dell’uno o dell’altro dei soci. Si rifà il centrosinistra con i Cinque Stelle? Verrà riesumato il Centrodestra con la Lega? Politicismo d’accatto. Mercato delle vacche.


Vediamo muoversi ombre vaganti verso il nulla. Quasi un secolo fa chi assisteva allo stesso spettacolo lo denunciava, ma non veniva ascoltato. Weimar era la Repubblica dell’odio e la fabbrica del totalitarismo. Quando muore una democrazia in genere nessuno corre al suo capezzale. Ci vogliono decenni perché si oda un requiem.