“Nulla è tanto dolce quanto la propria patria e famiglia, per quanto uno abbia in terre strane e lontane la magione più opulenta” scriveva Omero nella sua Odissea. Ma oggi il destino degli uomini sembra essere quello di doversi adattare inevitabilmente al nuovo modello antropologico dell’homo migrans, strappato alla sua terra, gettato nei vorticosi turbini della globalizzazione, ricollocato senza sosta, delocalizzato senza meta. Queste nuove dinamiche sono dettate dalle attuali esigenze globali di competizione economica e sono mascherate da una tendenza tutta moderna del fascino cosmopolita e dell’esotismo multiculturale. La globalizzazione è la religione laica del XXI secolo e gli uomini la seguono con irrazionalità fideistica. L’homo migrans abbandona inconsciamente le redini del suo destino e si lascia passivamente trascinare dalle correnti di uomini sradicati, spersonalizzati, nel mare della globalizzazione.

L’homo migrans è il nemico fatale dell’homo occidentalis, che nel corso della Storia ha fatto dell’orizzonte identitario, legato alla propria terra, cultura, etnia, ecc, il suo presupposto di esistenza e sviluppo, nel bene e nel male, dalla secolare difesa della cristianità dall’islam alla segregazione razziale nel Sud degli Stati Uniti.

La cultura della civiltà occidentale affonda le sue radici nell’epoca micenea e negli archetipi che la tradizione ci ha tramandato con i due massimi poemi epici della letteratura greca: l’Iliade e l’Odissea. L’eroe di quest’ultima è Ulisse, viaggia per dieci anni, ma non è un migrante. E’ un viaggiatore che affronta i feroci ciclopi e le sirene ammaliatrici, che sfida un dio dell’Olimpo, Poseidone, che rifiuta l’offerta dell’immortalità, perché, dopo dieci anni di guerra e altri dieci di navigazione, in fondo al cuore conserva il desiderio di riabbracciare la sua isola, sua moglie e suo figlio. È il soldato che torna a casa e vendica i torti subiti dalla sua famiglia, non è l’homo migrans che preferisce scappare e lasciarsi alle spalle la sua gente che muore sotto le bombe. È l’”eroe del ritorno”. Quel ritorno che per l’homo migrans non c’è perché l’ha barattato per un contratto da sottopagato.