Cosa c’è da aspettarsi quando programmi televisivi di storia o di cultura, sono condotti da giornalisti che rispondono al nome di Corrado Augias e Paolo Mieli? Badate bene, non su canali privati ma sulla Rai che, se non andiamo errati è un ente pubblico a cui i cittadini pagano il canone. Tutti i cittadini, di qualsiasi idea o tendenza politica. Di destra, sinistra, cattolici, atei, ebrei, mussulmani, fascisti e comunisti (ce ne sono ancora?), eccetera, eccetera. Ebbene conduttori e giornalisti, pagati dalla Rai e quindi indirettamente da noi, dovrebbero rispettare ogni ascoltatore osservando la massima obiettività, quando narrano e commentano fatti, libri, personaggi storici … Avete mai seguito trasmissioni quali “Passato e presente”, condotta da Paolo Mieli su Rai 3 oppure “Quante storie” di Corrado Augias, sempre su Rai 3? Intendiamoci: nulla da dire sul livello professionale e di preparazione dei due “cattedratici”, ma proprio per questo motivo l’uso pubblico della storia o di un evento culturale, non dovrebbe risentire delle loro personali matrici di provenienza. Purtroppo ciò non accade. E’ sufficiente seguire le loro trasmissioni per constatare che anche nei passaggi meno importanti, non riescono a nascondere le loro radici ideologiche, culturali o politiche.

Paolo Mieli, classe 1949, prende spunto da un evento o da un personaggio, per narrare qualsiasi evento, anche alla presenza di uno storico (ovviamente da lui prescelto), arricchito da filmati, documenti, testimonianze, ecc. E’ supportato da uno squadrone di collaboratori, tecnici, autori, programmisti registi, assistenti ai programmi, ricercatori, consulenti musicali, arredatori, grafici, truccatori, scenografi, ecc. ecc. Corrado Augias, classe 1935, trae spunto da un saggio (alla presenza dell’autore, ovviamente da lui invitato) per esporre il proprio pensiero sui temi trattati nel libro stesso. Ma chi sono i due conduttori? E per quali motivi sono stati scelti ? (ambedue sono lautamente remunerati) .

Paolo Mieli è un sessantottino passato nel 1969 a Potere operaio ( il saggista Aldo Grandi, nel suo esaustivo libro “Insurrezione armata”, Rizzoli 2005, lo definisce   “il gruppo più agguerrito, più settario, più ideologizzato, più elitario, più rivoluzionario, più tutto tra quelli sorti dalle ceneri del movimento studentesco”. Oreste Scalzone, uno dei fondatori di Pot.Op. assieme a Franco Piperno, Toni Negri, Emilio Vesce, ricorda che in un meeting generale del mouvement, c’erano anche “quelli del comitato di base di Lettere, tra cui un già brillantissimo Paolo Mieli” ( Si veda: “Insurrezione armata”, op. cit. p. 333) . Giova rammentare che nel 1973, un gruppo di Pot.Op. si macchiò dell’orrendo crimine della strage di Primavalle quando i fratelli Virgilio e Stefano Mattei vennero arsi vivi.

Al convegno “Sessantotto per ritrovarsi”, svoltosi alla Sapienza di Roma il 1 febbraio scorso Mieli si è detto dispiaciuto per gli errori commessi: “Rievocare lodandosi è un modo sbagliato. Rendere onore al ’68 significa anche parlare delle cose sbagliate”. Non è la prima volta che il “pentito” Mieli ammette gli errori compiuti nel suo passato. Nel 2002 il già direttore della Stampa e del Corriere della Sera, tornando sull’episodio dell’assassinio del commissario Luigi Calabresi (Milano, 17 maggio 1972), riconobbe di avere errato quando, nel giugno, 1971 aveva posto una firma in calce sotto un manifesto (sottoscritto da numerosi uomini di cultura, dichiaratamente di sinistra) in cui si accusava il poliziotto di essere un torturatore nonché responsabile della morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, precipitato dalla finestra della questura di Milano il 15 dicembre 1969. Nell’ottobre dello stesso anno, Mieli replicherà sul giornale “Lotta Continua”. Ci sono voluti oltre venti anni prima di confessare di vergognarsi per quel suo riprovevole atto. Come si ricorderà, una parte molto importante nel linciaggio mediatico del commissario Luigi Calabresi, la ebbe senza ombra di dubbi, L’Espresso, il cui direttore dall’aprile 1970 era Livio Zanetti. Nel corso del processo contro il giornale Lotta Continua (denunciato per diffamazione) l’avvocato del commissario, Michele Lerner, ricusò il giudice Carlo Biotti che aveva anticipato imprudentemente in una conversazione privata, la sua convinzione assolutoria rispetto all’accusa di diffamazione. La richiesta di ricusazione fu interpretata dagli accusatori del commissario come un pretesto per perdere tempo e vanificare gli esami sul corpo di Giuseppe Pinelli volti ad accertare se ci fossero tracce di un colpo di karate sulla sua nuca. La richiesta di ricusazione, recepita dalla Corte d’ Appello, fu accolta con furore dall’Espresso e una delle più quotate e note giornaliste del settimanale, Camilla Cederna sul giornale del 13 giugno, scrisse che Calabresi era da considerarsi responsabile della morte di Pinelli mentre il giudice Biotti aveva inquinato il processo.

Il pezzo, ridondante livore in ogni riga, si concludeva con un appello rivolto agli uomini di cultura affinché elevassero a gran voce il loro sdegno contro “i commissari torturatori, i magistrati persecutori, i giudici indegni”. Come accadeva in quei tempi (ma la cosa si ripeterà per simili episodi), data la forza dell’egemonia culturale di sinistra, in breve tempo giunsero alla redazione dell’Espresso centinaia e centinaia di adesioni.

Non potevano mancare le adesioni del Movimento nazionale dei giornalisti democratici e del Comitato giornalisti contro la repressione e per la libertà di stampa. (Si veda: L’Espresso del 20 e del 27 giugno 1971). Qualche timida voce avanzò l’ipotesi che i firmatari di quell’infame appello potessero essere indicati quali mandanti morali o istigatori dell’uccisione del commissario.

Scacciare “ i barbari al potere”. Attualmente Mieli collabora al Corriere della Sera che – alla pari di Repubblica e di altre testate pseudo moderate ma in effetti di sinistra – non perde occasione per criticare velatamente (com’è consuetudine di coloro che scagliano il sasso e nascondono la mano), le iniziative del governo Lega-Cinque Stelle. Emblematico un suo editoriale del 29 agosto scorso dove, in attesa che finalmente un’opposizione concreta e non parolaia all’esecutivo, venga dai partiti rimasti fuori dal governo, si augura che almeno la “comunità scientifica” possa consigliare adeguate ricette per debellare il male, ossia i “barbari al potere”. A questo proposito l’ineffabile Mieli (a parere del direttore, Claudio Tedeschi si atteggia a novello Scalfari, pur senza il suo carisma) ha citato il parere di due politologi che sul Foglio nel merito della questione si sono pronunciati in modo opposto. Giovanni Orsina, docente di storia contemporanea, dopo essere rimasto sconcertato per alcune iniziative del nuovo governo, ha offerto la propria ricetta rifacendosi a storie di quindici anni fa, cioè al momento della caduta dell’ Impero romano,  quando i barbari si erano impadroniti del potere. “Come allora – afferma Orsina – tentiamo di romanizzare i barbari”. Angelo Panebianco, invece, spera che alle prossime elezioni europee Di Maio e Salvini siano sconfitti. In Italia si aprirebbe una nuova partita: “non per romanizzare i barbari, ma per scacciarli”. E se le cose andassero male? “Meglio preparare il passaporto per la Papuasia”, ha detto Panebianco. Di certo Paolo Mieli non seguirà il suo collega,   continuando a barcamenarsi tra vinti e vincitori. Pur non sapendo nuotare, rimarrà sempre a galla.

Corrado Augias è un saggista, giornalista, che collabora a “Repubblica”. Dichiaratamente ateo, già eurodeputato eletto con il partito democratico. Autore teatrale, ha appartenuto all’avanguardia romana del “Teatro dei 101”. Ha ideato e condotto programmi come “Telefono Giallo” su Rai 3, dal 1987 al 1992, riscuotendo notevole successo. Dal 2016 conduce “Quante storie”.

Nel marzo di quest’anno ha ospitato, tra gli altri, lo scrittore Mimmo Franzinelli che ha illustrato il suo ultimo libro “Tortura”, edito da Mondadori non da Feltrinelli… (NdR. Non guasta una nostra osservazione. Attuale presidente della Mondadori è Marina Berlusconi. Nel nuovo CDA, rinnovato il 26 aprile scorso, fa parte anche Pier Silvio Berlusconi. Azionista di maggioranza è la FININVEST. Il bilancio dell’esercizio 2016, si è chiuso con un utile netto civilistico di 30,42 milioni. ). Franzinelli si è specializzato sulla storia del fascismo, è componente del comitato scientifico dell’Istituto nazionale per la storia del Movimento di Liberazione “Ferruccio Parri”. Citiamo solo alcuni suoi saggi, fra cui, (editi da Mondadori) : “Le stragi nascoste”, “Squadristi”, “Il prigioniero di Salò”, “Il duce e le donne”, “Il Tribunale del duce”. E’ inoltre coautore dei libri fotografici “ Il duce proibito”, “ Rsi”, ….

Mussolini? Un criminale di guerra. A Piazzale Loreto, fascisti appesi per i piedi al traliccio del distributore di benzina affinché la folla potesse vederli anche da lontano … Nel suo ultimo saggio, ricostruisce le vicende del periodo (autunno 1943 – primavera 1945) in cui la tortura “divenne pratica abituale da parte dei militari germanici e dei vari gruppi armati della Rsi”. Franzinelli smentisce la versione che tende a equiparare gli atti di ferocia commessi da una parte e l’altra. Scrive il saggista che “mentre nel campo nazifascista esistevano reparti e luoghi speciali per la pratica abitale delle sevizie, vedi via Tasso a Roma, tra i resistenti vi furono sì gesti efferati da parte di taluni partigiani, in violazione però delle stesse norme stabilite dal CLN in materia di trattamento dei prigionieri”. Nel corso della discussione tra i due intrepidi antifascisti, abbiamo colto alcune perle. Mussolini? Un criminale di guerra. Le torture? Blande e sporadiche quelle operate dai partigiani mentre quelle dei nazifascisti erano efferate. Piazzale Loreto? Il 29 aprile 1945 il duce, Claretta Petacci e i fascisti fucilati sul Lungolago, erano stati portati a Milano davanti alla stazione di servizio dove, sullo stesso posto, il 10 agosto 1944, quindici detenuti politici antifascisti, erano stati prelevati dal carcere di San Vittore e fucilati da un plotone della Legione autonoma Ettore Muti per ordine del comando tedesco. E’ vero.

Ma Franzinelli ha dimenticato di dire che si trattava di un’azione di rappresaglia per l’uccisione di soldati tedeschi nel capoluogo lombardo ad opera dei partigiani delle Sap i quali si erano ben guardati di uscire allo scoperto assumendosi ogni responsabilità e salvare pertanto la vita ai detenuti politici.

I fascisti “giustiziati” furono 23 di cui sette furono appesi per i piedi al traliccio del distributore di benzina, tra cui Mussolini e la Petacci. Perché vennero appesi al traliccio? Spiega Franzinelli per farli vedere alle centinaia e centinaia di persone che sostavano in lontananza ed avevano il diritto di constatare la morte del dittatore e dei suoi seguaci. Non la pensavano così Ferruccio Parri e Sandro Pertini indignati per lo scempio. Persino Pietro Secchia, comandante delle Brigate Garibaldi nella Resistenza, si rammaricò dello sfregio subito dai cadaveri da parte dell’ enorme folla che “ i cordoni dei partigiani non erano riusciti a trattenere”. (Si veda: Pietro Secchia, Aldo dice: 26×1, Feltrinelli, Milano 1963, p.86).

Ultima perla. Verso la fine della trasmissione, un preoccupato Augias rivolgendosi con toni drammatici all’altrettanto impensierito Franzinelli gli chiede se al momento esiste in Italia un pericolo fascista. I due concordano: “sì, più che in Germania”. Un modo come un altro, a nostro parere, di allarmare la gente, rinfocolando odi, rancori, contrapposizioni. A Franzinelli e Augias la patente di antifascista non gliela nega nessuno. D’altra parte è una patente redditizia.

 

(da Il Borghese, settembre 2018)