Walter Veltroni con un articolo sul Corriere della Sera ricorda, in modo tutto sommato onesto ed obiettivo, Sergio Ramelli.

Iniziativa sicuramente lodevole, ed anche utile, da parte di un uomo di sinistra in un momento in cui la violenza verbale del neoantifascismo con la bava alla bocca e l’ignoranza faziosa di certi nostalgici dell’eskimo in redazione, per i quali l’antifascismo da barzelletta è diventato un mestiere assai redditizio, stanno cercando in tutti i modi di alimentare e riprodurre climi e situazioni molto simili a quelli nei quali maturò la tragedia di Sergio Ramelli.

Veltroni inquadra la vicenda in una narrazione molto convenzionale, ed abbastanza inutile, della strategia della tensione a Milano, da Piazza Fontana all’anarchico Bertoli passando per il commissario Calabresi, la morte degli agenti Annarumma e Marino e altri episodi del genere.

Una prospettiva generica e convenzionale che non aiuta a comprendere la specificità del caso Ramelli, colpito molto tempo dopo, quando i gruppi della sinistra violenta, armati prima di chiavi inglesi poi di P38, erano oramai padroni della città e nell’indifferenza generale (se non con la connivenza di molti a tutti i livelli) instauravano un clima di violenza feroce e sistematica di cui la caccia al “fascista” era una delle attività preferite. Scivolando sempre più velocemente e senza freni verso la cosiddetta lotta armata.

Non è un caso se solo un anno dopo quel 29 aprile 1975 le chiavi inglesi Hazet 36 che si erano abbattute sul cranio di Sergio Ramelli diventano le P38 che uccidono a sangue freddo Enrico Pedenovi, scelto solo perchè obiettivo facile per un gruppetto di aspiranti terroristi che lo avevano individuato consultando un opuscolo di Lotta Continua (dalla cui redazione/lobby provengono molti di quelli che oggi sbraitano contro il fantasma del ritorno del Fascismo) nel quale erano indicati nomi, indirizzi, abitudini dei “fascisti”.

E’ questo il contesto di cui tenere conto raccontando questa storia, non lo scontro tra due fazioni uguali e contrarie di giovani di cui parla, sbagliando, Veltroni. “Sergio e gli altri, divisi sanguinosamente in vita, devono oggi essere uniti nella memoria collettiva” dice Veltroni, ma anche in questo caso si sbaglia. Nella memoria collettiva della sua città Sergio Ramelli è ancora discriminato, ora come allora.

Il sindaco di Milano che si chiami Pisapia o Sala, comunque espressione della borghesia “progressista” e conformista che 40 anni fa non disdegnava Eskimo e spranghe, non ha mai ritenuto opportuno partecipare ufficialmente alla commemorazione di Sergio Ramelli, alla quale si presenta, ipocritamente, senza indossare la fascia tricolore evidentemente per non urtare la sensibilità di chi da quella tragedia non ha imparato niente ed ancora pensa che i morti non abbiano tutti la stessa dignità.

In queste circostanze Sergio Ramelli viene indegnamente ricordato con quattro parole di circostanza dal signor Sala (o prima dal signor Pisapia) ma non dal sindaco della sua città. Il quale sindaco (questo o l’altro importa poco) evidentemente non ricorda o fa finta di non ricordare che uno dei più infami episodi della vicenda di Sergio Ramelli si verificò proprio al Consiglio Comunale di Milano, quando la notizia della sua morte fu accolta da un sonoro applauso e urla di giubilo senza che il sindaco di allora Aldo Aniasi, socialista ed ex partigiano, trovasse il coraggio di dissociarsi, di chiedere il silenzio o anche solo di dire una parola. E non è certo meno disdicevole l’adesione e la connivenza degli esponenti della destra politica milanese alle sceneggiate tartufesche di cui sopra.

Non è tutto. Il 29 Aprile a Milano è vietato ricordare pubblicamente Sergio Ramelli. I centri sociali, regolarmente autorizzati dal prefetto, possono sfilare senza problemi ed invocare le chiavi inglesi, esibite sui loro cartelli e manifesti. Non può farlo, invece, chi vuole ricordare il “fascista” Sergio Ramelli.

L’ultima volta, a causa di un irragionevole divieto indotto dalle pressioni del caravanserraglio delle prefiche antifasciste, in un clima di grande tensione, assurda ed indotta artificialmente, sono volate manganellate e sono piovute denunce, anche a causa dell’atteggiamento, furbesco ed inadeguato, dell’allora Ministro degli Interni che si esibiva nella circostanza in un’inedita versione a metà tra Don Abbondio e Ponzio Pilato.

Apprezziamo quindi la buona volontà, e tutto sommato l’onestà intellettuale, di Walter Veltroni che anche da sindaco di Roma sul tema della violenza politica degli anni ‘70 si era comportato in modo molto più serio e dignitoso dei suoi omologhi milanesi.

Ma sappiamo bene che a sinistra una rondine non fa primavera, anzi.