Il ritratto di una redenzione annunciata ma mai incominciata. E’ il resoconto di una disfatta su tutti i fronti quello diffuso in questi giorni, nel quasi totale disinteresse dei media, con l’uscita delle anticipazioni del rapporto 2018 sulle condizioni economiche e sociali del meridione d’Italia a cura dello Svimez, l’associazione per lo sviluppo industriale del Mezzogiorno. Una fotografia tragica, quella contenuta nelle righe e nei grafici sommari del rapporto, che tratteggiano con una crudezza sconcertante i connotati di un Sud incapace di offrire alle sue giovani generazioni la minima speranza di una realizzazione nel lavoro e, quindi, di un futuro: un Sud terra di disoccupazione e di occasioni negate, da cui sempre più persone, non soltanto giovani, scelgono di fuggire.

A scorrere i risultati e le cifre più salienti del rapporto Svimez si rimane ammutoliti da almeno due dati. Il primo: sono 600 mila le famiglie del Sud i cui componenti sono tutti in cerca di occupazione, un numero raddoppiato in appena dieci anni e arrivato a marcare una distanza enorme con il centro nord del Paese, dove a dispetto di una crisi che ancora brucia imprese e posti di lavoro il dato analogo si ferma a una quota comunque allarmante di 470 mila unità. Il secondo: negli ultimi 16 anni hanno abbandonato il Mezzogiorno 1 milione e 883 mila residenti: la metà costituita da giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, di cui quasi un quinto in possesso della laurea. Di questi, il 16 per cento si è trasferito all’estero, e quasi 800 mila non sono più tornati in Italia.

Da questi due dati emblematici si può facilmente comprendere la gravità di una situazione che non può più essere taciuta o minimizzata, né si può più mitigare un livello d’allarme che ha da tempo oltrepassato i confini dell’emergenza. Un’emergenza che è il combinato disposto di una politica capace di brillare in questi ultimi decenni soltanto per incapacità che costringe a fare finalmente i conti con le proprie colpe tutta la società civile meridionale, specie quella più influente, che conserva spesso senza meriti il privilegio e la fortuna, nonostante tutto, di popolare ancora i territori da Roma in giù. E di goderne delle incredibili bellezze. Le colpe di una classe dirigente di imprenditori, uomini di Stato e di Chiesa, intellettuali, sindacalisti e professionisti che a tutti i livelli, troppo spesso hanno voltato lo sguardo davanti ai mali atavici del Mezzogiorno: criminalità organizzata, evasione ed elusione fiscale, parassitismo diffuso e una burocrazia che si mantiene identica a sé stessa dai grigi fasti dell’epoca borbonica. Anni consumati dall’egoismo di chi avrebbe potuto e dovuto fare qualcosa, e che costringe i meridionali di oggi a fare i conti con uno spopolamento inarrestabile di interi territori e una diffusione incontrollata di emarginazione e degrado sociale, favorite dalla debolezza di uno Stato che risponde tagliando di anno in anno sempre più le risorse da destinare all’ordine pubblico e al sostegno anche economico delle periferie e dei ceti meno abbienti.

In più, come se non fosse abbastanza deplorevole il quadro appena descritto, quasi a voler incrementare l’inquietudine il rapporto Svimez pone l’accento sulla crescita del fenomeno dei cosiddetti “working poors”, ovvero dei lavoratori a bassa retribuzione che, pur avendo un impiego e uno stipendio, rimangono a forte rischio di povertà e di esclusione sociale. Un fenomeno che il rapporto Svimez spiega con la proliferazione negli ultimi anni del lavoro dequalificato e del boom incontrollato del lavoro part time. Lavoro precario, insicuro e sottopagato: i tre sintomi di un male cresciuto in modo abnorme per l’assenza colpevole di una volontà di cura.