Diceva Marzio Tremaglia: il liberalismo occidentale è un totalitarismo. Non solo: è un totalitarismo stupido. Tanto stupido da non rendersi conto d’essere, nel suo cannibalismo, autofagico.

Il politicamente corretto (nelle sue varie accezioni che rispondono a un’unica chimera: il pensiero unico) è totalitarista sia perché nega, aprioristicamente, la validità e l’agibilità di qualsiasi cosa lo contraddica, sia perché è totalizzante. Pervade ogni sfera pubblica (politica, società, spettacolo) e privata (dato che i suoi soldatini non hanno la minima esitazione ad aderire a qualsiasi dettame, e a scagliarsi contro chi invece non sia altrettanto prono). Questo totalitarismo comporta delle pratiche cannibaliche: l’altro (premesso che il pensiero unico non accetta la diversità) non è un individuo, ma soltanto un disorganico da eliminare. Cannibalismo che diventa autofagico, perché – come nelle società sovietiche – questa perpetua rincorsa della perfetta ortodossia comporta l’aggressione di chi sia visto come “meno politicamente corretto”: è una grossa gara a chi sia più obbediente alle regole del pensiero unico.

Uno dei bersagli del politicamente corretto è l’uomo bianco. Gli uomini sono cattivi, i bianchi sono antipatici, e gli uomini bianchi sono quanto di peggio esista. Una delle armi che il politicamente corretto usa contro l’uomo bianco (e il suo retaggio: che è poi la storia del mondo) è il cinema (che qualcuno diceva essere “l’arma più potente”…): ruoli che sarebbe soltanto ovvio assegnare ad attori, ci si scusi il termine, caucasici sono sempre più sovente assegnati ad attori afroamericani: da Achille a Romeo, da un musico veneziano del ‘500 (succede nell’imbarazzante “Maria regina di Scozia”) al soldatino dello “Schiaccianoci” di E.T.A. Hoffman e Tchaikovsky (“Lo schiaccianoci e i quattro regni”, recente produzione disneyana).

Non basta, ai corifei del revisionismo razziale, “annerire” figure in realtà… pallide; ci si deve anche scandalizzare, indignare, infuriare, additare, aggredire, minacciare, emarginare, qualora ruoli “neri” siano assegnati a non-africani. Il ruolo d’un re europeo del Medioevo deve essere assegnato a un attore di colore, ma una mediorientale non può interpretare una regina egizia.

Gal Gadot è bella, bellissima ed è pure bravina. Non “nasce” come attrice, ma come fotomodella; dopo aver partecipato a Miss Universo, è approdata a Hollywood, imponendosi – non solo come attrice: come donna di potere – col ruolo di Wonder Woman, interpretato in vari film corali (quelli sulla “Justice League”, team di supereroi dei fumetti DC) e in due film nei quali il suo personaggio è protagonista: uno (piuttosto brutto), ambientato nella Prima Guerra Mondiale, uscito nel 2017; per l’altro (“Wonder Woman 1984”), già filmato e prodotto, l’uscita era programmata nell’estate scorsa, ma dopo un primo rinvio (colpa dell’emergenza Covid) all’autunno, è al momento previsto per l’anno prossimo. Entrambi i film che vedono l’avvenentissima Gal nei panni di Diana di Themyscira hanno per regista da Patty Jenkins (che prima di essi aveva diretto soltanto, nel 2003, “Monster”, con Charlize Theron nei panni d’una serial killer realmente esistita).

Appena più folta la filmografia della Gadot, che pur recitando in pochi film è tra le attrici più (stra-)pagate del momento: una ventina (considerando anche i film al momento in pre-produzione) di film per il grande schermo, più un paio di doppiaggi per cartoni animati e tanti spot pubblicitari. Filmografia esile per quantità, gigantesca per costi di produzione e successo di pubblico, ma costernante per qualità (non che sia colpa sua: ma è un fatto che Jessica Chastain reciti per la Bigelow, e la Gadot per la Jenkins).

Carriera tutt’altro che esente da polemiche: la scelta della fotomodella israeliana per interpretare la supereroina armata di scudo e lazo era stata criticata già all’annuncio del suo ingaggio , vuoi per questioni (già allora) di nazionalità (Wonder Woman, pur semidea olimpica, è come Superman – il quale è addirittura extraterrestre – una rappresentazione di quel che gli yankee vorrebbero essere), vuoi per questioni fisiche (tutto per un dettaglio fisico che, nei fumetti come nel telefilm degli anni ’70, era peculiarità dell’interprete d’allora, Lynda Carter, ma non lo è della filiforme Gadot). I “nerd” (gli “sfigati” incapaci, anche oltre l’età adolescenziale, di qualsiasi abilità richiesta dal mondo reale, ma espertissimi di videogiochi, fumetti, saghe fantasy), già delusi dalla circonferenza toracica della nuova attrice, trovarono di che lamentarsi pure del costume: non più quello, “camp”, con chiarissimo richiamo alla bandiera a stelle e strisce, ma una tenuta metallica, aggressiva, puntuta e rilucente di porpora, più coperta sul petto e più corta sulle gambe. Fin qui, pazienza; ma salivano poi alla ribalta anche questioni più importanti.

Nata sotto il segno del Toro a Petah Tikva (grossa città fondata da Edmond de Rotschild a pochi chilometri da Tel Aviv), Miss Israele (che vanta anche una laurea in legge e la cintura nera di karate) non ha mai fatto mistero d’essere legata al Mossad, e in non poche interviste ha dichiarato di considerare i bombardamenti sulla Striscia di Gaza degli atti legittimi; il che ha portato alla messa al bando, in alcuni paesi arabi, dei film nei quali compare.

Ma né tale divieto (che poco o nulla ha tolto agli incassi globali), né le iniziali perplessità dei fumettari, hanno impedito che la Diana Prince/Wonder Woman della Gadot passasse, da comprimaria dei film sulla “Justice League”, a protagonista di film tutti suoi. Comprensibile: già molto bella, e già addestrata dall’esercito della sua nazione, la Gadot si è sottoposta a un allenamento da “berretto verde”, diventando tanto atletica da essere credibile mentre corre, salta e picchia; e pur senza essere un’attrice molto “tecnica”, ha grinta, carisma e brio. I film restano brutti, ma ai fumettari questo non importa, anzi li spinge a mettersi in coda per i biglietti.

Lascia perplessi, vedere la supereroina che diventa una furia (si veda il putiferio che scatena in “Wonder Woman”), quando vede far del male a un bambino; considerando che la sua interprete non prova la stessa pietà per i bimbi palestinesi. Ma questo interrogativo non scuote gli animi dei democratici statunitensi.

Preferiscono indignarsi per l’annuncio d’un film di Cleopatra, diretto dalla stessa Jenkins dei film su Wonder Woman, con Gal Gadot protagonista. Il nocciolo della questione: l’attrice non è africana (e pur olivastra, la sua carnagione non è abbastanza pigmentata). L’accusa è quella, tutt’altro che infrequente, di “whitewashing” (“sbiancamento”): ma se qualche anno fa poteva avere un fondamento, ritenere che i produttori di Hollywood facessero “impallidire” i protagonisti dei film per renderli più appetibili al pubblico, al giorno d’oggi è assurdo, dati i risultati di operazioni come Black Lives Matter.

Qualche archeologo si è scomodato: lo scandalo è infondato, dicono, poiché un’attrice mediorientale è adatta a interpretare la più celebre regina d’Egitto. Gal Gadot è troppo bella – è tramandato anche da storici di lei contemporanei che la conquistatrice di Giulio Cesare prima e Marco Antonio poi esercitava il suo fascino più in virtù del suo carisma e della sua personalità, che non di un’effettiva avvenenza (i più pignoli aggiungono che non fosse slanciata come la Gadot, dalle gambe chilometriche), piuttosto bassa; ma sotto il profilo etnico e/o storiografico e/o filologico, in quanto semita l’attrice proviene dal medesimo ceppo del personaggio. Niente “whitewashing”, insomma: nessuno “sbiancamento”, con buona pace di chi fa il peggio che semplicistico ragionamento: l’Egitto è in Africa, quindi gli egiziani sono neri (non sono nemmeno africani…); e del fatto che non sarebbe il film a proporre un’immagine “sbiancata” di Cleopatra, dato che nell’immaginario collettivo (si pensi a Elizabeth Taylor) la regina non è mai stata “scura” (con alcune eccezioni: forse la più nota – ma non celeberrima – è la scultura tardo ottocentesca di William Wetmore Story al Metropolitan Museum di New York).

L’offensiva contro la Gadot è risibile, per vari motivi. Nel merito della questione: è ipocrita pretendere che personaggi storici e letterari siano interpretati da attori “coloured”, in nome dell’astio contro i bianchi. Riguardo la Gadot: fa quasi ridere che una paladina del pensiero unico (come ogni altra diva conformista dello showbiz di oggi), dalle questioni LGBT a Black Lives Matter e l’additamento di Trump come fonte d’ogni male dell’umanità, sia aggredita dagli utili idioti del politicamente corretto. Ancor meglio: le critiche, in nome dell’antirazzismo, alla scelta dell’attrice, hanno per motivazione di fondo l’etnia della suddetta: sono quindi, esse stesse… razziste.

Sul film non si può esprimere un parere: è soltanto un “rumour”, che lo si realizzi è molto probabile ma non sicuro, e i soli dettagli forniti al suo riguardo sono: soggetto, regista e attrice protagonista. Non si deve ovviamente essere prevenuti, ma non sembra plausibile immaginare un progetto di grande interesse artistico: la Jenkins non è un’autrice, e pur con onorevoli eccezioni, la tendenza a Hollywood è sempre più verso il basso.

Sia o no un grande film, le critiche preventive alla scelta della protagonista dimostrano cosa sia il politicamente corretto: una discarica di intolleranza, analfabetismo, vigliaccheria, ipocrisia, stupidità.