Recentemente tradotto in italiano, il testo di Mark Fisher s’innesta in quella tradizione di cultural studies in cui fenomeni culturali vengono esaminati per valutarne i legami con quelli socio-politici nell’ipotesi che l’arte sia uno specchio della società. Ciò che viene descritto nel saggio, il cui titolo originale cita anche il famoso “there’s no alternative” con cui la Thatcher giustificò le sue politiche economiche, è un esempio ragionevolmente completo, pur nella sua brevità, di analisi metapolitica. Il perno attorno a cui ruotano tutti i ragionamenti è il concetto di realismo tramite il quale la scuola di pensiero neoliberale ha imposto i suoi valori, con una serie di ricadute su tutti gli elementi della società. La principale tesi è che, tramite questo concetto, sia stata espulsa dal dibattito quella nozione di futuro, inteso come (in)evitabile trasformazione, intrinsecamente legata alla modernità.


Partendo da alcuni fenomeni culturali e.g., la parola ‘reale’ nel hip hop ha il significato non solo di ‘autentico’ ma anche di ‘specchio della società’, definisce il realismo in oggetto non solo come primato del reale, ma anche come incapacità di trasformazione. La ragione per cui ogni forma di protesta è fondata su astratte, seppur importanti, dichiarazioni di principio e.g., lotta alla povertà per il Live 8, slegate da un’azione concreta è dovuta all’aver introiettato l’idea che non c’è alternativa all’attuale sistema e, pertanto, ogni azione correttiva è possibile solo al suo interno ed entro i suoi limiti. Per inciso, se Mark Fisher analizza la ragione metapolitica di questo fenomeno, un paio d’anni più tardi, Simon Reynolds, in Retromania, s’interrogherà sull’attuale fortuna commerciale della musica del passato, in un mercato centrato sulle ristampe e/o vecchi formati, e vi troverà una ragione sociologica nell’incapacità d’immaginare un futuro migliore di quello attuale, causa ultima di una forma di nostalgia per quella che si considera la musica della giovinezza.


Da queste premesse, s’argomenta come la crisi del post-moderno, e delle forme artistiche ad esso associato, è legata al fatto che la temporalità attuale è, per dirla come Fredric Jameson, il presente continuo; tale forma verbale è legata ad un’azione in esecuzione ed è associata ad un’idea neoliberale, la fine della storia, in cui non è più contemplato né un progresso né un regresso sociale. La concezione post-moderna prevedeva, pur nella sfiducia nelle metanarrazioni, la possibilità di costruire un futuro ripensando un passato che non era più visto, come nel moderno, qualcosa di cui liberarsi ad ogni costo, imponendo la razionalità pseudoscientifica in tutti i settori umani, ma qualcosa da cui ripartire dopo averlo criticamente decostruito.


In chiusura l’unica pecca del libro: se Mark Fisher annota la necessità di ritrovare un’idea collettiva di società da opporre all’individualismo liberale, e di conseguenza riscoprire il giusto al posto dell’utile, non esprime poco più che una comprensibile richiesta ai lettori di considerare questa situazione come una sfida a (re)immaginare un futuro sulle macerie del presente, sorvolando sul come e da cosa ricostruire; ma lo scopo del libro era d’analizzare, elevandosi molto sopra la media di settore, non certo di edificare una nuova scuola di pensiero.

Mark Fisher, Realismo Capitalista, Nero editions, 2018, ppgg. 154, euro 13.00