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Il Referendum sulle “trivelle” è solo l’ultimo inciampo di una destra strabica, soggiogata al sinistrismo pauperista, incapace di incarnare con fierezza scelte e modelli che non siano succubi della demagogia, e che – al contrario – rappresentino la capacità della Politica di guidare l’opinione pubblica, piuttosto che assecondarla pietendo qualche preferenza.

Perché, diciamo la verità, è normale che certe scuole di “pensiero” (???) fioriscano nella sinistra di sessantottarda formazione, terzomondista e solidale finché il disagio non tocca i suoi salotti. Ed è lì che ti aspetti di trovare quello che vorrebbe girare a piedi nudi per rispettare la natura, ma poi è costretto dalle convenzioni a calzare scarpe suolate con la gomma, che sono tanto confortevoli e riparano dal freddo; che amerebbe tanto indossare un saio di juta, come un novello Francesco (nel senso del predicatore umbro medievale, non dello scaltro gaucho dei giorni nostri), ma poi per entrare alla Prima della Scala necessita di tessuti lavorati dalla bieca industria del consumismo; che predica la vita agreste, equa e solidale, ma poi ti straccia i maròni restando nella città dove, per spostarti, hai bisogno di mezzi che non sono alimentati con buonismi e santi spiriti; che trova romantico accendere il fuoco sfregando due legnetti, ma poi – vinto dal ritmo frenetico della vita moderna – si rassegna ad accendere il gas schiacciando un pulsante nell’impianto di casa; che è contro l’inquinamento, ma non rinuncia alla diavoleria del riscaldamento nella sua abitazione; che è ecologista nell’animo, ma lascia che il corpo sia corrotto dall’uso (e dall’abuso) della plastica.

Tutto sommato ci sta, che il radical-chic nostrano, epigono dei figli dei fiori, ci continui a raccontare le sue bucoliche storielle, contando ipocritamente sul fatto che tanto ci sarà sempre qualcun altro a sporcarsi le mani ed a garantire che la vita (anche la sua) non sia quella sfida nella giungla che ci vuol dipingere come il ritorno all’Eden.

Ma che una simile genìa di fallocefali cresca anche da questa parte, usurpando una volta di più lo spazio della “destra”, è culturalmente intollerabile.

Se poi realizzi che sono gli stessi che – in preda a convulsioni duropuriste – si rappresentano come custodi dell’Idea, pronipoti della Rivoluzione, formati sui sacri testi del Futurismo, ti viene da pensare con quale gusto chi descrisse “l’automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, più bella della Vittoria di Samotracia” apporrebbe oggi l’impronta delle proprie suole sulle terga di questi millantatori.

E resta poi un mistero come gli usurpatori della posizione riescano a conciliare la loro patriottarda richiesta di sovranità, con la scelta di sostenere un referendum il cui unico, immediato effetto, sarebbe di consegnare COMPLETAMENTE l’approvvigionamento energetico nazionale alla dipendenza dalle fonti estere.

La realtà vera è che i danni maggiori – more solito – li ha già fatti il governo Renzi che, per far annullare 5 dei 6 quesiti referendari proposti, ha già assunto – nell’ultima legge di Stabilità – decisioni che di fatto allontanano in via definitiva potenziali investitori dal mercato italiano, e ci rendono strutturalmente e giuridicamente dipendenti.

E siccome, secondo costume, i referendum sono derubricati da strumenti di sublimazione della democrazia a mezzi di propaganda populista, è chiaro che vi parteciperanno solo i tifosi della tesi sostenuta e che – quindi – la vittoria dei SI tra quanti si recheranno alle urne è scontata.

E’ quindi necessario che chi è contro questa deriva terzomondista NON partecipi al voto, per non agevolare il raggiungimento del quorum che garantirebbe la validità della consultazione.

Con buona pace di sociali, comunitari, e rivoluzionari de’ noantri.