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In un articolo, apparso qualche giorno or sono su “Il Giornale”, Dino Cofrancesco ha espresso un giudizio, al solito brillante ed intelligente, su Renzi e su uno degli altri precedenti modelli di arroganza e supponenza politiche, Bettino Craxi.     Dell’esponente socialista, amico e sodale di Berlusconi come di Brunetta, finalmente Cofrancesco ha denunziato il velleitarismo ambizioso e il doppiogiochismo ipocrita, coccolato ed ancora rimpianto da settori poco lucidi di destra con la fanfaluca del “socialismo tricolore”.

Il cattedratico ciociaro, da ultimo nell’Università di Genova, ha ricordato che “al tempo di Craxi si esaltò Pierre – Joseph Proudhon, il teorico del mercato socialista […] e si corteggiarono movimenti alla sinistra del PCI ancora più lontani di Lenin dai valori della “società aperta””. Ora, invece con l’emulo toscano destinato a rimanere negli annali di questo grigio ed incolore periodo con le sue battute da avanspettacolo (“il frenetico immobilismo “ dell’UE), che avvilisce l’Università italiana, senza che ciò significhi nulla per i suoi freschi fans Armaroli, Pera ed Urbani, affidando a docenti stranieri la guida delle commissioni concorsuali, “la cultura sembra essere stata data in appalto all’opposizione di sinistra e ai suoi “gufi””. In sede di giudizio , lo stile di Renzi “si spiega col romanesco “manco te vedo” […] o con il panem et circenses, fatto di comparsate televisive, di soggiorni in alberghi lussuosi, di cospicui gettoni di presenza, con cui distrarre dalla “feccia di Romolo” e tenersi buono un ceto, quello intellettuale, che in Italia ha sempre contato molto (troppo)”.

D’altra parte questi sono i giorni in cui si avverte un notevole irrobustimento della propaganda giornalistica dei fogli di regime e un parallelo indebolimento del centrodestra, immeschinito dalle diatribe (“le scintille”) inconcludenti tra Parisi e Toti.

Il direttore del “Corriere” è arrivato ad irridere , quasi a commiserare, i fautori del No, sostenendo che “da un lato combattono i custodi di una “Costituzione intoccabile”, anche se nella storia repubblicana è stata toccata più volte [sempre in aspetti marginali e secondari, non in quelli strutturali]. Al loro fianco chi chiede di votare “No” vagheggiando [bestemmia o eresia?] commissioni bicamerali o legislature costituenti”.

Dopo essere riandato sulle assicurazioni, smentite quotidianamente (il caso di Decaro, sindaco di Bari, nominato presidente dell’Anci, è fresco), sul progetto finale della “dittatura” dell’esecutivo, Fontana trova modo, in un sussulto di equilibrio, di definire “spericolata” la tesi propalata da giornalisti e da centri di potere sull’impossibilità di riforme in caso di bocciatura del sì , e non nasconde i giochi speculativi in corso. Perplessità facili suscitano infine le assicurazioni sulla linea del “Corriere” libera e limpida.

Dall’altro lato (purtroppo non contrapposto) si scopre con D’Alema l’”acqua calda” (“i poteri forti appoggiano il sì”) e ci si avventura in contese, quali quelle in corso in casa FI, tutt’altro che lusinghiere e affatto tranquillizzanti. Come non rifiutare le parole di Parisi (“penso che il centrodestra stia dando messaggi di opposizione, invece dobbiamo tornare forze di governo”)? Sulla base di quale alleanza, guidata da chi, e soprattutto quando?

Si è dato avvio negli ambienti di destra ad una serie di iniziative rievocative, che per essere vive e fruttuose, debbono partire dal passato, vivere il presente e guardare costruttivamente il futuro, in termini fortemente autocritici (la devastante prova del PDL), non cariche solo di nostalgia passiva.