th-9

Tra i tanti capolavori riusciti fin qui al boy scout fiorentino ed alla comitiva di ragazzotti accampati a Palazzo Chigi ce n’è uno forse minore ma estremamente significativo: costringere la destra a difendere, almeno sul piano politico contingente, la Costituzione democratica e “antifascista” del 1948.

Un paradosso che evidenzia con estrema chiarezza il livello di confusione e disordine in cui il maldestro tentativo di Renzi di confezionarsi una Costituzione su misura, utile solo per i propri fini transitori, ha gettato l’opinione pubblica e il dibattito politico banalizzando ed invelenendo un tema fondamentale per il futuro della Nazione come quello della riforma dello Stato.

Una questione cruciale ridotta alla banale scelta tra la retorica della rottamazione applicata al diritto costituzionale, cioè “cambiare finalmente qualcosa” senza preoccuparsi né di cosa si cambi né delle relative conseguenze, e il male attualmente minore, cioè la difesa della Carta del 1948, in realtà da molto tempo (forse da sempre) inadeguata e bisognosa di seri ripensamenti (si parla ovviamente della parte II sull’ordinamento della Repubblica), ma non certo di interventi dilettanteschi e pasticciati destinati a peggiorare la situazione.

Una disputa nella quale, come nella più classica delle commedie degli equivoci, tutti i personaggi si scambiano i ruoli e nessuno è quello che dice di essere.

Così chi qualche anno fa era stato politicamente discriminato ed emarginato con l’espediente strumentale dell’arco costituzionale, e quindi in nome della Costituzione del 1948 e delle circostanze storiche che l’avevano generata (ma era in realtà solo una forzatura per precisi fini politici contingenti), oggi si ritrova a difendere un testo che ha sempre criticato e del quale da sempre chiede una seria revisione.

In compenso chi allora militando nel PCI era un fanatico della Costituzione “democratica nata dalla resistenza” oggi non si fa scrupoli ad invocarne una manipolazione senza limiti ed a difendere lo scempio di una riforma indecente, impresentabile nel merito e sbagliata nel metodo, in nome di un “cambiamento” considerato un valore in sé per sé e spacciato per rimedio miracoloso di tutti i mali, un po’ come i ciarlatani dei film western con i loro sciroppi miracolosi.

E siccome siamo in Italia, il paese della commedia dell’arte e della sceneggiata napoletana, ecco vecchi arnesi dell’apparato politico-intellettuale del PCI, gente che diceva di stare a sinistra per amore del popolo, riciclarsi oggi (ovviamente ben retribuiti) nel sottobosco renzista e scagliarsi addirittura contro il suffragio universale invocando, contro una volontà popolare non conforme ai propri interessi, l’avvento di società oligarchiche nelle quali il diritto di voto e la sovranità popolare vengano limitati il più possibile e dove la capacità di affrontare i problemi sociali sarebbe più o meno quella di Maria Antonietta con le sue brioches.

Un grande avvenire dietro le spalle, un bel salto all’indietro che cancellando più di un secolo di progressi politici e sociali ci riporterebbe all’Italia dei notabili giolittiani, dominata da potentati e combriccole più o meno occulte di ogni tipo abituate a fare, senza scrupoli, i propri interessi a scapito di quelli generali.

Sarebbe questo il futuro che gli usignoli dell’imperatore fiorentino e i giullari della sua corte hanno in mente per l’Italia, il “cambiamento”, la “modernità” di cui la sgangherata riforma costituzionale sarebbe solo il primo passo.

La versione nostrana di un fenomeno in atto in tutto il mondo, la tendenza allo svuotamento di contenuti della democrazia rappresentativa, frutto avvelenato della globalizzazione efficacemente denunziato da Szygmunt Baumann e Alain de Benoist che ne hanno spesso evidenziato le conseguenze ed i relativi pericoli.

Una situazione particolarmente rischiosa per l’Italia, un paese debole, immaturo ed instabile, spesso docile preda di interessi stranieri e sottoposto allo strano ricatto di “mercati” (cioè poteri finanziari stranieri e speculazione) che vorrebbero imporre “riforme” di cui in realtà non conoscono i contenuti e non valutano le conseguenze.

E’ (apparentemente) strano che i potentati economici e finanziari che hanno celebrato, ad esempio, il jobs act come esempio di grande riforma modernizzatrice non si siano preoccupati di misurarne la reale efficacia ed utilità. Se lo avessero fatto avrebbero scoperto che l’impatto sulla disoccupazione è assolutamente trascurabile e che questa trovata non ha risolto nessuno dei problemi che diceva di voler risolvere.

Ora, puntuale come un treno svizzero, sta arrivando la solita minaccia dello spread, con il consueto contorno di analisi e valutazioni delle agenzie di rating e di analisti vari tutti più o meno interessati.

Anche in questo caso è ben strano che la preoccupazione della finanza internazionale sia il voto popolare che potrebbe mettere in crisi un governo incapace, invece che i risultati fallimentari dello stesso, come ad esempio il record storico del debito pubblico toccato a giugno, dopo mesi di continua crescita, sfiorando i 2.249 miliardi di euro, poi assestatosi a settembre col calo limitato di una trentina di miliardi.

Dovrebbe essere la crescita incontrollata del debito, figlio di errori e scelte sbagliate del governo, ad innescare lo spread ed i timori (strumentali) dei mercati, non l’esercizio della sovranità popolare.

Ovviamente c’è dell’altro, e il babau dello spread con i Bund tedeschi serve solo a puntellare un governo debole e incapace, ma docile e funzionale agli interessi stranieri secondo il copione già sperimentato col fallimentare governo Monti.

Basti pensare alle partite aperte sul fronte delle banche e dei grandi gruppi nazionali presi di mira dagli appetiti esteri con la compiacenza del governo: da Telecom, oramai in mano al francese Bollorè, a MPS, che Renzi pare abbia destinato a JP Morgan, dalle Generali, anch’esse nel mirino della finanza francese, al destino incerto di Unicredit.

E’ evidente che mandare a casa Renzi con un voto popolare proprio adesso intralcerebbe molti interessi e molti affari.

Meglio quindi strombazzare i finti cambiamenti e sostenere ad ogni costo la infantile narrazione di riforme miracolose, in realtà dannose ed abborracciate, rimedi peggiori dei mali, veri o presunti, che pretendono di combattere.

Meglio manovrare i burattini senza fili dei giornaloni e dei dibattiti in TV al servizio del potente di turno in una gara di squallido conformismo e ben rimunerato servilismo.

Niente di nuovo sotto il sole, naturalmente: è l’Italia di sempre, pavida e trasformista, quella del “Franza o Spagna basta che se magna”, quella che “tiene famiglia”, come diceva Leo Longanesi, quella del “contrordine compagni” di Guareschi e quella degli intellettuali con prebenda sempre pronti ad accorrere in soccorso del vincitore descritti da Flaiano.

Il voto sulla Brexit e l’elezione di Donald Trump hanno dimostrato che i semplici cittadini, magari proprio i perdenti della globalizzazione, possono ancora dire la loro ed intralciare disegni ed interessi di poteri molto più forti.

Speriamo che anche l’Italia segua questa strada. E’ l’ultima occasione: il SI è una scelta senza ritorno; se vincerà sarà impossibile riappropriarsi della sovranità e del proprio destino.