Pur nel periodo ferragostano, in cui il governo attraverso il suo portavoce, Matteo Renzi, si prepara ad imporre i propri interessi nella scelta della data del voto, non mancano gli interventi sul tema, intestato finalmente al suo vero autore, Giorgio Napolitano.
In questa settimana se ne contati almeno 6 significativi. L’opinione più infelice e quindi del tutto insoddisfacente è stata quella espressa nei 10 punti del Comitato, organizzato dal centrodestra unito. E’ in larga misura fragile e anacronistico (lo stantio ritornello della “finta maggioranza”), storicamente e politicamente inaccettabile per la destra (l’inno alla Costituzione di “tutti” del 1948 e la denunzia di un ritorno al centralismo). Condivisibili ma comuni ed inevitabili risultano le critiche alla prospettiva di un premierato assoluto, obiettivo della legge elettorale concordata tra Berlusconi e Renzi, all’eliminazione dei pesi e dei contrappesi sulle decisioni governative, e alla meschina veste, confezionata per il Senato, esistente nello Stato sabaudo e poi nel Regno nazionale dal 1848.
Al pari fragili per la loro evidente forzatura politica, per la finta ricostruzione del passato e per l’altrettanto fittizia ingenuità programmatica , appaiono le tesi dei fautori. Stefano Ceccanti è entusiasta per l’eliminazione del “bicameralismo perfetto”, impensabile in un sistema democratico di livello trogloditico, come quello statunitense e per la prospettiva di un “uso più fisiologico” della decretazione d’urgenza, imposta dai gabinetti e subìta dai presidenti della Repubblica, notarile sul pesante potere riconosciuto all’esecutivo “di imporre in Parlamento il cosiddetto “voto a data certa”” e assolutamente silenzioso, come tutti i suoi compagni di cordata, su un aspetto dell’attività governativa, quello dell’abuso ormai senza freni del “voto di fiducia” paralizzante e soffocante.
Tocca punte assurde e terrorizzante Salvatore Vassallo. A suo avviso con la trasformazione (recte sterilizzazione) dell’ex Senato si riduce in modo consistente senza il “taglio lineare dal sapore populista” (!!!!) il numero dei parlamentari, eletti dai cittadini, e l’eventuale successo del “no” porterebbe ad elezioni con “esito schizofrenico” e ad un Parlamento operante “in un clima politico difficile”.
Tra gli oppositori Gaetano Azzariti segnala lo scadimento / mortificazione del ruolo costituzionale del Senato e “un effetto perverso di concentrazione di potere nelle mani del governo”. Meno puntuale è la posizione, pur avversa, di Ugo De Siervo, principalmente per la critica sulla riduzione dei poteri delle Regioni, il cui operato – per limitare il discorso a quelle a statuto ordinario – dal 1970 ad oggi è fatto solo di ombre e di iniziative negative se non fallimentari.
Concentrata sulla pratica abolizione dell’assemblea di palazzo Madama è la valutazione negativa espressa da Stefano Passigli, che torna a ricordare – argomentazione del tutto ignorata sul fronte del centrodestra – “il lampante esempio di bicameralismo perfetto “ degli Stati Uniti e i rischi “potenzialmente troppo dirompenti per essere ignorati” del combinato disposto “di riforme costituzionale e legge elettorale”.
Chiude sollecitando ai fautori del “sì”, ormai del tutto irregimentati come “quadrate legioni” della Confindustria, la richiesta di “una profonda modifica dell’Italicum”, senza la quale – la considerazione non è di Passigli ma dello scrivente – diverrà esplicito il vero ed esclusivo intento della riforma: l’attentato agli equilibri costituzionali e democratici.