«Non possiamo contare i martiri». La frase con la quale Tertulliano, nel 197 d. C., ricordava la morte dei tanti cristiani uccisi dagli Imperatori romani per non aver voluto abiurare la loro fede è tornata a risuonare nei nostri tempi.

Nel giorno di Natale del 2010 Benedetto XVI, durante la preghiera dell’Angelus, denunciava che contro i suoi fedeli si stavano commettendo nuove stragi in Nigeria, nelle Filippine, in Pakistan, in Sudan. Soltanto una settimana più tardi il Pontefice fu costretto a tornare sullo stesso doloroso tema perché, nella notte di Capodanno, un attentato aveva fatto decine di morti tra la comunità copta di Alessandria d’Egitto. Di altri martiri oggi ci parlano quotidianamente le notizie che giungono dall’Africa settentrionale, sconvolta da quel presunto «risorgimento arabo» dove accanto a incerti aneliti di modernizzazione si agitano le pulsioni aggressive dell’integralismo islamico.

L’Europa, abituata da molte generazioni a considerare che quella religiosa non fosse più una delle principali ragioni per la quale si potesse morire e soprattutto uccidere, ha dovuto prendere coscienza di questa nefasta involuzione che ha portato alla ricomparsa dell’antica «guerra santa». Dall’immenso mondo mussulmano al subcontinente indiano, all’Africa, religiosi e semplici credenti sono stati uccisi e in quasi tutti i casi si è trattato non tanto di cristiani vittime della violenza ma di vittime della violenza tali proprio in quanto cristiani. In un’epoca che conosce il «ritorno selvaggio di Dio», fatte salve alcune eccezioni, i seguaci di Cristo, al contrario, non solo non hanno mai ricoperto il ruolo dei carnefici ma, restando fedeli alla consegna di pace del Vangelo, hanno persino rinunciato a difendersi.
Eppure non fu sempre così, come ci dimostra il volume di Franco Cardini, Cristiani perseguitati e persecutori (Salerno Editrice, pagg. 188, euro 12,5). Prima ancora che il Cristianesimo divenisse, con Costantino e Teodosio, una religione di Stato, provvista di privilegi e intrisa di una forte carica di intolleranza, proprio Tertulliano aveva sostenuto il diritto d’impugnare la spada contro ebrei, gentili, eretici. Tra IV e V secolo, l’omicidio della filosofia neoplatonica Ipazia, la distruzione di templi pagani e di sinagoghe, il rogo dei libri dei grandi autori classici, le bande di monaci armati che, in Siria e Mesopotamia, infierirono sulle comunità contadine per obbligarle alla conversione furono i primi episodi di questa inversione di tendenza che portò la fede cristiana a compromettersi con l’uso della violenza. Poi vennero i massacri dei Sassoni in età carolingia, le violenze durante le crociate in Terrasanta e la reconquista della Spagna, l’annientamento delle sette ereticali nella Francia meridionale e la lunga serie dei conflitti religiosi, tra cattolici, luterani, calvinisti che insanguinarono l’Europa fino al 1648.
Nulla da eccepire a questa ricostruzione attenta, coraggiosa e tanto più coraggiosa perché ci viene da uno studioso che non può non definirsi cristiano. Resta però qualche domanda sulla collocazione di questo volume in una collana (diretta da Alessandro Barbero) che si chiama Aculei, proprio per sottolinearne, pur nel massimo rispetto del rigore scientifico, il carattere se non provocatorio almeno controcorrente. Perché, per dirla tutta, insomma, Cristiani perseguitati e persecutori, al di là delle intenzioni di Cardini corre il rischio di assecondare il conformismo dello spirito della nostra epoca (molto) laicista dalle nostre parti e anticristiano nei Paesi islamici.
E allora, qui, s’impongono due domande scomode. Cosa sarebbe successo a uno storico che ci avesse parlato della setta ebraica degli Zeloti che, secondo le testimonianze di Flavio Giuseppe e dell’evangelista Luca, durante la rivolta antiromana del 66-70 d. C, furono gli inventori della prima forma di terrorismo non solo verso le forze occupanti ma contro i loro stessi confratelli che non condividevano il loro fanatismo? Cosa sarebbe accaduto, poi, a chi ci avesse ricordato che non ieri, ma proprio oggi, nell’Islam, troppo spesso e sempre più spesso, ha ancora pieno vigore quel versetto del Corano che impone ai mussulmani «di essere nemici di ebrei e cristiani che sono amici gli uni degli altri»?
Al primo, credo, non sarebbe stata risparmiata l’accusa di antisemitismo. All’altro, poi, sarebbe toccata una ben confezionata gogna mediatica per castigare la sua xenofobia e magari una condanna a morte comminata da qualche gruppo jihadista. Eppure le operazioni dei due fantomatici autori, se sviluppate correttamente, come quella di Cardini, non si sarebbero allontanante dal dovere di ogni storico e cioè quello di avvicinarsi alla verità. Solo le prime due, però, avrebbero ricevuto la sanzione dal tribunale del politicamente corretto a conferma del fatto che, almeno in Occidente, l’unico pregiudizio religioso sopravvissuto è quello contro il cristianesimo.
Ogni analista del passato ha, invece, il dovere di riconoscere che tutte le religioni, e soprattutto le tre grandi religioni monoteistiche, hanno nel loro codice genetico un rapporto inscindibile tra sacro e violenza, senza però dimenticare che quel rapporto è stato differentemente declinato da alcune di esse nel loro sviluppo storico. Dal XVI secolo in poi alcuni intellettuali cattolici, come il domenicano di origine ebraica Francisco de Vitoria, elaborarono un modello di conversione dolce che escludeva, in linea di principio, il ricorso alla forza e alla costrizione. Da questa interpretazione dei diritti della fede è possibile tracciare, lungo un percorso lento, difficile, accidentato, una linea di continuità protesa fino ai nostri giorni, quando, in occasione del Giubileo del 2000, Giovanni Paolo II sostenne che, solo ammettendo gli errori commessi nel passato, la Chiesa avrebbe potuto affrontare la sfida dell’annuncio evangelico del Terzo Millennio.

 

Eugenio Di Rienzo, Il Giornale, 14 aprile 2014