E’ un’istante. Il barrito del reattore ingoia il silenzio della campagna, dilaga nel cielo precipita dalle nubi. Uno schiocco di frusta trafigge i campi, riecheggia nell’aria, fa tremare il suolo. Un altro lo segue. Le bocche s’aprono in un urlo “tayara tayara” Aereo aereo. Alì e gli altri alzano gli occhi al cielo Inseguono il balenio di un’ala o di una scia biancastra Ma è già troppo tardi. I due missili son qui. Passano con un sibilo sinistro s’infilano nella fattoria duecento metri da noi. Esplodono con un boato devastante mentre una pioggia di schegge invade l’aria. Ora siamo a terra la faccia schiacciata nel terreno. Il Mig fa mezzo giro Il ruggito rauco di un’antiaerea l’insegue Il pilota per fortuna desiste.

Intorno a noi i combattenti si rialzano. Alì alza il pugno al cielo. “Hai visto hai visto sono quelli di Faj r Libia sono gli islamisti che governano Tripoli bombardano ogni giorno mirano controi chiunque si muove vogliono impedirci di tornare alle nostre case”. Siamo alle porte di Azizya, 35 chilometri a sud di Tripoli. Qui passa il nuovo fronte della guerra civile libica. Qui combattono gli uomini del cosiddetto esercito libico del generale Khalifa Haftar la formazione armata fedele al governo di Tobruk che intorno al 20 marzo ha strappato Aziziya alla coalizione islamista di Fajr Libia e ora minaccia da vicino Tripoli.

Per settimane i portavoce di Fajr Libia hanno smentito la sconfitta sostenendo di avere ancora il pieno controllo della zona. Ora però l’inviato de “Il Giornale”, il primo ad arrivare in questa zona assieme al fotografo Lorenzo Meloni è in grado di confermare che le forze di Fajr Libia sono state costrette a ritirarsi non solo Aziziya, ma anche molti dei villaggi circostanti avanzando in alcuni punti a meno di trenta chilometri dalla capitale. Un’avanzata che Tripoli non sembra in grado rintuzzare nonostante le incursioni aere e i bombardamenti di queste zone Ora dalla casa colpita dai due missili s’alza ora una colonna di fumo grigiastro. Nell’abitazione accanto una donna esce urlando con un bimbo in braccio. Il marito ulula la sua rabbia. Ci hanno distrutto e bruciato tutto ora vogliono anche ucciderci. Come gran parte degli abitanti di queste zone Mohammad sua moglie i tre figli appartengono ai clan washafanna una tribù finita nel miri delle milizie islamiste di Tripoli perchè accusata, a torto o ragione, di aver in passato simpatizzato per il regime del Colonnello.

“Guarda come ci trattano. Ad agosto dopo aver preso il potere hanno incpminciato a minacciarci e poi son passati dalle parole ai fatti distruggendo le nostre case uccidendo . Siamo scappati tutti, ma ora il nostro esercito ci protegge abbiamo incominciato a tornare. Ma i bombardamenti aerei sono una minaccia quotidiana”. Per comprendere il racconto di Mohammad basta guardarsi attorno. Azizya il capoluogo distante qualche chilometro è una città fantasma. Le finestre delle palazzine sono chiuse sprangate. Nelle strade non si muove un solo civile. E fuori nelle campagne i filari di ulivi simbolo di un antico benessere sono costellati dai resti di edifici trasformati in pile di rovine o macerie carbonizzate a colpi di tritolo e benzina. Gli unici sopravvissuti alla desertificazione forzata esibiscono il kalashnikov, e si muovono a bordo di quattro ruote su cui svettano le mitragliatrici contraeree da 14,5 millimetri. Gran parte di questi combattenti sono warshafanna e ma ripetono di far parte dell’esercito Libico e di combattere per la liberazione dei propri territori.

“A fine marzo abiamo buttato fuori da Aziziya quelli di Faj Libia adesso siamo pronti aad avanzare verso l mare e liberare Tripoli” ripete Hassan Tibara un combattente 27enne incontrato alle porte della città. Lui e gli altri miliziani armati esibiscono le insegne rosso dorate di Karama l’alleanza militare guidata dal generale Khalifa Haftar fedele al governo Tobruk. Dietro quelle insegne però ne emergono anche altre. Moti di questi soldati pur sostenendo di appartenere allealle formazioni fedeli governo di Tobruk esibiscono ancora le vecchie mimetiche verdi e i baschi neri con l’aquila dell’esercito di Gheddafi. E ammettono apertamente di rimpiangere il colonnello. “Vedi io sono un warshafanna ma nel 2011 ho combattuto dalla parte dei rivoluzionari ma ora ho capito di aver sbagliato tutto. Gheddafi al confronto di quelli arrivati dopo di lui era un angelo ed era l’unico in grado di tener insieme questo paese. Per questo non ho problemi a stare dalla parte di chi veste ancora le vecchie divise” – spiega Ibrahim un ex tecnico petrolifero che ora guida un T 55 parcheggiato alla periferia di Azizya. Ma il sapore di un passato mai cancellato non arriva solo dalle uniformi o dai gagliardetti.

Il Giornale, 21 aprile 2015