Io non voglio morire renziano, anche perché questo significherebbe perdere definitivamente ogni possibilità di riscatto dell’Italia.
Per non morire renziano e per dare qualche prospettiva all’Italia è necessario costruire un alternativa al cowboy fiorentino e quindi ricostruire il centrodestra perché oggi non c’è alcuna alternativa credibile in quanto non c’è più alcun centrodestra. E non c’è di fatto più dal biennio 2010-11, ossia dal verificarsi di due eventi catastrofici: prima il conflitto Berlusconi-Fini e successivamente la decisione sconsiderata di appoggiare il governo Monti, cui poi sono seguiti molti altri errori. Ma questa è cronaca recente….
Pur non essendo il caso di indagare ora e qui le motivazione complesse della fine del centrodestra come l’abbiamo conosciuto e pro-quota alimentato per quasi un ventennio, vale la pena di evidenziare come una delle più importanti sia proprio la scomparsa di un soggetto politico saldamente ancorato a destra.
Ed allora si deve ripartire proprio da qui, ricostruendo “una cosa di destra”, senza la quale non ci potrà essere alcun centrodestra davvero competitivo nella battaglia per il governo dell’Italia e, soprattutto, per il riscatto dell’Italia.
Non è detto che si debba trattare di un nuovo partito. Potrebbe anche essere una gamba di un nuovo PDL, straordinaria invenzione che per la prima volta in 60 anni metteva dentro allo stesso contenitore tutto il centrodestra, incredibilmente poi disintegrato dai suoi stessi fondatori.
Certo, però, dovrà essere un forte movimento politico, con solidi valori culturali di riferimento (interesse e sovranità nazionale, famiglia, vita, merito…); con un vero rapporto col territorio, dove per altro si misurano concretamente le capacità dei dirigenti di rapportarsi coi problemi della gente, di cui si può, a quel punto, recuperare la fiducia; che abbia come stelle popolare una seria etica pubblica ed il merito è la partecipazione in ogni selezione (basta furbetti e ladri e basta nominati/cooptati); che coniughi vecchia militanza e uso dei nuovi mezzi di comunicazione e che sappia, soprattutto, dare un nuovo sogno agli Italiani.
Il sogno e’ quello di salvare l’Italia, perché oggi, quella che fino a poco tempo fa era la quinta potenza mondiale, sta per andare fuori dal G20. Cioè se va bene giocherà in serie B.
È un sogno bello, nobile, alto, degno di forte passione civile e politica, capace di restituire entusiasmo ai tanti delusi che oggi riempiono le schiere dell’astensionismo, o che cambiano voto ad ogni consultazione perché non hanno più alcun riferimento.
Il classico sogno italiano, quello che ci ha consentito di riunire la Nazione col Risorgimento, quello che ci ha fatto riconquistare le terre irredente, quello della ricostruzione post II guerra mondiale, che ci ha portato dalla povertà al benessere, quello a cui ci dobbiamo aggrappare ogni volta che per ignavia, pigrizia o trame o nemici esterni, ci troviamo seriamente nei guai. E stavolta sono guai seri.
Solo per guardare a quelli di natura economica: abbiamo un tasso di disoccupazione giovanile ai massimi storici, lo stesso dicasi per la disoccupazione generale, il livello del debito pubblico e’ altissimo, il rapporto debito-Pil pure, la poverta’ cresce, la pressione fiscale attuale e prossima ventura, secondo i dati del ministero del Tesoro, e’ in aumento, le tasse sulla casa sono piu’ che triplicate, il tasso di crescita si attestera’ intorno a -0,4 per cento. Direi che basta ad essere preoccupati ma pure necessitati a fare qualcosa. E se non ci si prova stavolta che senso avrà avuto il lungo impegno in questi anni? Solo occupare qualche bella poltrona, anche se magari un po’ più meritata? È giunto il momento di tornare a fare ciò che è giusto!
Sembra un’impresa titanica, anche perché – è bene dirlo con sincerità e senza che suoni offensivo per alcuno – non avrà certo il favore di chi oggi frappone i propri interessi personali a quelli del centrodestra, né da chi non vorrebbe cedere una presunta prima linea che già oggi non c’è più perché non c’è più il centrodestra, tantomeno da chi si contenta di un piccolo giocattolo purché sia tutto suo.
Naturalmente abbiamo il dovere di spiegare agli “scettici”, almeno a quelli in buona fede, che solo giocando e vincendo questa sfida ci saranno nuove chance per tutti. Sennò ce ne faremo una ragione, soprattutto perché l’impresa, seguendo poche regolette – mirabilmente riassunte da Maurizio Bianconi nell’intervento di qualche giorno fa – può trovare il favore di migliaia di dirigenti e militanti di base che non aspettano altro che rimettersi in moto e, soprattutto, quello di tanti italiani che non vogliono cedere all’ineludibile declino patrio.
E alla fine del percorso di ricostruzione, soltanto alla fine, ci sarà una nuova leadership. Quella che naturaliter si imporrà.
Intanto ricominciamo a parlarne. Lo faremo dal 22 al 25 gennaio a Pescocostanzo (AQ), con la regia di Fabrizio Stefano, l’impegno di altri amici che vengono dal nostro percorso politico e con la presenza di altri con cui si può costruire qualcosa, organizziamo quattro giorni di dibattiti su “#centrodestraèora”.