Dietro la mattanza dello Sri Lanka, dietro il massacro di 359 fra cristiani, turisti e semplici passanti si cela una tremenda Dynasty del terrore, una sinistra saga familiare in cui ricchezza e fanatismo, benessere ed estremismo si mescolano in un intreccio su cui i registi indiani di Bollywood avranno di che lavorare.

Per capirne la trama partiamo da Mohammed Yusuf Ibrahim. Fino a ieri il suo nome era sinonimo di affari, potere e denaro. Lui è il re delle spezie, uno degli uomini più ricchi dell’isola spesso fotografato a braccetto con ministri e deputati. Da ieri è sotto torchio, guardato a vista dagli inquirenti che da lui attendono molte risposte. Vogliono sapere come mai due suoi figli, il 31enne Imsath e il 25enne Ahmed, responsabili degli attentati suicidi al Shangri La e al Cinnamon Grand Hotel, si siano trasformati in kamikaze. Vogliono capire dove sia Ismail Ahmed, il fratello più giovane scomparso dalla domenica di Pasqua. Ma vogliono anche scoprire chi ha disseminato di ordigni la magione del capo dinastia trasformandola in una trappola mortale. Una trappola in cui una mano misteriosa innesca le cariche mentre gli agenti si preparano ad arrestare il magnate uccidendone tre e ferendone altri. E la stessa mano innesca la deflagrazione che fa a pezzi Fathima Jiffry, la moglie 25enne del kamikaze Imsath Ahmed e i loro due figli. Dietro quell’ultima appendice dell’orrore c’è probabilmente la stessa Fathima figlia del fanatismo che ha spinto un’altra donna a entrare, caso senza troppi precedenti per l’Isis, nella pattuglia dei nove kamikaze.

Ma possibile che un Mohammad Yusuf, abituato a sussurrare ai potenti non conoscesse la deriva che ha travolto la sua famiglia? O era lui stesso a ordirla? Ed è stata la sua influenza a convincere politici e capi delle forze di sicurezza che gli allarmi dell’intelligence indiana erano solo inutili fole? Un’ipotesi inquietante che rende più pesanti i dubbi sulle stragi e moltiplica i sospetti di chi ritiene che l’Isis non sfrutti solo i legami con i jihadisti del minuscolo National Thowheeth Jamàath (Ntj), in cui militavano i due figli del re delle spezie, ma conti su coperture molto più influenti. Coperture che hanno permesso non solo di reperire detonatori ed esplosivo ad alto potenziale, alcuni dei quali ritrovati e fatti esplodere soltanto ieri, ma anche d’infiltrare sull’isola un esperto artificiere.

A destar stupore contribuisce anche l’agiatezza sociale dei nove kamikaze. Imsath, prima di ottenere dal padre la gestione di una miniera di rame, si è laureato a Londra e ha terminato gli studi in Australia. Tutto per poi farsi saltare in aria in mezzo a decine di innocenti. Ma siamo di fronte a uno stupore fuori luogo, figlio delle banalizzazioni di una sociologia abituata ad equiparare estremismo e disagio sociale. In verità radicalismo e disagio vanno a braccetto solo in quelle periferie europee dove il radicalismo è la risposta al malessere delle seconde e terze generazione. Nelle comunità islamiche asiatiche, il fanatismo è l’equivalente di quell’estremismo di sinistra che negli anni ’70 contagiava i rampolli di buona famiglia. E noi italiani dovremmo purtroppo averlo imparato. I nostri nove connazionali, trucidati il primo luglio 2016 in un ristorante alla moda di Dakka, finirono sgozzati da un commando formato da una pattuglia di giovani mostri non troppo diversi da quelli mandati ad insanguinare le chiese gli hotel di Colombo. Giovani mostri cresciuti non nei bassifondi della società, ma nelle ville e negli appartamenti delle famiglie più in vista del Bangla Desh.