Da giorni ormai autorevoli (e meno autorevoli) giornalisti ricordano la data della morte di Totò con tutti i mezzi di informazione. Inutile quindi accodarsi in queste effemeridi.
Ci limiteremo ad un solo episodio della vita del principe De Curtis, un episodio significativo nel quale emerge chiaramente il carattere dell’uomo prima di tutti gli altri motivi che lo hanno reso famoso. E De Curtis “uomo” lo era veramente!
Era l’anno 1950, l’ora di pranzo del 21 luglio, a Roma in via della Vite al ristorante “da Chiarina”, stanno pranzando tre parlamentari democristiani, Oscar Luigi Scalfaro, Vittoria Titomanlio e Umberto Sampietro. Gli occhi di Scalfaro si posano sulle spalle di una giovane e bella signora che siede ad un altro tavolo e il sangue va alla testa del deputato dc che si alza apostrofando la signora che a suo dire darebbe scandalo.
La signora, per la gran calura aveva spostato il bolerino allora di moda (a fiorellini verdi e rossi, narrano le cronache di quello che diverrà “lo scandalo del prendisole”) lasciando parzialmente scoperte le spalle.
Esistono alcune versioni del fatto date dagli astanti, qualcuno addirittura sosterrà che Scalfaro ha schiaffeggiato la signora, di sicuro all’indirizzo della giovane donna il deputato della corrente di Scelba ha pronunciato varie frasi: “Non si vergogna?”; ” E’ uno schifo! E’ vomitevole! Lei manca di rispetto alle donne presenti, così vestita è una donna disonesta, lei è una bestia!”.
La signora insultata risponde al nome di Edith Mingoni Toussan, è figlia e moglie di due ufficiali dell’Aeronautica: Colonnello il padre, Capitano il marito e perdipiù è anche una militante missina.
Non se ne sta certo zitta, calmissima, non fa una piega e replica a Scalfaro dicendogli che è meglio che pensi piuttosto ai poveri delle borgate romane e annuncia querela. Il deputato pudico se ne va imbestialito.
La vicenda rimbalza subito sulla stampa che da sinistra e da destra attacca il politico bacchettone il quale riceve anche tre cartelli di sfida a duello, dal padre della signora insultata, dal marito (che si chiama ….. Aramis) e dalla stessa offesa che è un’ottima schermitrice. Parte anche una querela per aver offeso pubblicamente l’onore della donna.
Scalfaro rifiuta di battersi non perché lo vieta la legge ma perché la sua fede di cristiano gli impedisce di battersi. Disgusto generale da parte di tutti i gentiluomini in circolazione e grandi battute umoristiche sulla stampa di opposizione.
E’ in questo momento che interviene in veste di nobiluomo il principe De Curtis, in arte Totò, che scrive una lettera asciutta ma palesemente accusante di fellonia il destinatario che fra l’altro ha anche il titolo nobiliare di barone.
Lettera che pubblicherà il quotidiano socialista “l’Avanti!”. Eccola:
“Ho appreso dai giornali che Ella ha respinto la sfida a duello inviataLe dal padre della signora Toussan, in seguito agli incidenti a Lei noti. La motivazione del rifiuto di battersi da Lei adottata, cioè quella dei principi cristiani, ammetterà che è speciosa e non fondata: il sentimento Cristiano, prima di essere da Lei invocato, per sottrarsi ad un dovere che è un patrimonio comune di tutti i gentiluomini, avrebbe dovuto impedire, a Lei e a Suoi Amici di fare apprezzamenti in un pubblico locale sulla persona di una Signora rispettabilissima. Abusi del genere comportano l’obbligo di assumerne le conseguenze, specialmente per uomini responsabili, i quali hanno la discutibile prerogativa di essere segnalati all’attenzione pubblica, per ogni loro atto. Non si pretende da Lei, dopo il rifiuto di battersi, una maggiore sensibilità per ciò che è avvenuto, ma si ha il diritto di esigere che in incidenti del genere, le persone alle quali il sentimento della responsabilità morale e cavalleresca è ignoto, abbiano almeno il pudore di sottrarsi al giudizio degli uomini, ai quali questi sentimenti e il coraggio civile dicono ancora qualcosa.”. Principe Antonio Focas Flavio Comneno de Curtis.
Scalfaro non risponde alla lettera ma la storia non finisce qui. La questione dopo i lazzi dei giornali finisce anche in Parlamento con una serie di interrogazioni.
Il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi imbarazzatissimo si lascia scappare un “Qui rischiamo il ridicolo”.
Ma il barone Scalfaro non demorde e a novembre alla Camera partirà la sua crociata contro le donne che si espongono senza pudore…..
Nel 1954 Scalfaro subentra ad Andreotti nell’incarico ministeriale di controllo del cinema e dello spettacolo (la commissione censura); cambiano le leggi sulla censura cinematografica, dopo il divieto ai minori di 16 e 18 anni (e l’esclusione di film dal circuito del Centro Cattolico Cinematografico) arriva anche il divieto ai minori di 14 anni.
Secondo lo storico del cinema Alberto Anile, Scalfaro avrà ancora il dente avvelenato con Totò per la lettera passata alla storia. Magari non sarà così ma fatto sta che i guai cinematografici per Totò aumentano. Scriverà il critico cinematografico Ranieri Polese: “… i guai di Totò si moltiplicano. Si creano problemi per “I soliti ignoti” (titolo originario bocciato, “Le madame”), per “I due marescialli”, per “Chi si ferma è perduto”. Prevedibili difficoltà incontra “Arrangiatevi!” girato in una ex casa chiusa. Ma l’episodio più bizzarro tocca a “Totò, Peppino e la dolce vita” (1961) che sconta, insieme, gli ultimi rigori della vecchia legge e le vendette dei censori che nulla avevano potuto fare contro il film di Fellini. Cadono fotogrammi di feste, si cancellano battute sui ministri che deviano l’autostrada per contentare i propri elettori, si cassano allusioni alle ‘polverine’, i giochi di parole con i Proci. Insomma, un’ecatombe”.
E, a proposito di Federico Fellini; il regista si divertirà con la vicenda dello “scandalo del prendisole” in un episodio di “Boccaccio 70”.
Facile immaginarsi Totò: “Onorevole…. mi faccia il piacere….. siamo uomini o…..”.