Il Coronavirus quest’anno ci ha privato, oltre che di molto altro, della commemorazione pubblica di Sergio Ramelli. Anche nelle peggiori circostanze, però, esistono aspetti positivi: almeno stavolta ci viene risparmiata la sceneggiata ipocrita della commemorazione “ufficiale”, quella in cui il signor Sala (o chi per lui), senza fascia tricolore e con l’entusiasmo di un caporale di giornata di corvèe in cucina, si presenta al Giardino dedicato a Sergio spiccicando qualche squallida e inutile parola di circostanza che interrompe per una manciata di minuti la abituale sequenza di anatemi contro il pericolo fascista salvo poi riprenderla subito dopo come se niente fosse.

Ogni volta inspiegabilmente omaggiato con sussiego dai rappresentati politici della destra cittadina che evidentemente lo ritengono un comportamento degno di apprezzamento e considerazione.

Dopo il clamore dell’anno scorso, figlio di un’indecente e strumentale gazzarra antifascista, della ignavia e della faziosità delle autorità locali e, soprattutto, dell’opportunismo pilatesco dell’allora ministro degli interni quest’anno restando forzatamente a casa potremmo cogliere, nostro malgrado, l’occasione per qualche considerazione diversa e magari un po’ più profonda, cercando di andare oltre il rituale abitudinario di certe scontate rievocazioni, reducistiche e autoreferenziali, che nulla possono aggiungere alla memoria o alla riflessione.

Lo spunto arriva indirettamente da un fatto legato proprio all’epidemia, cioè dalla vicenda di Claudio Colosio, uno dei membri del commando assassino di Avanguardia Operaia, nominato nel comitato scientifico della Regione Lombardia per la gestione del problema COVID 19, dal quale si è poi dimesso una volta emerso il suo passato.

Stimato docente universitario e dirigente apicale di una importante struttura sanitaria, qualche giorno prima che il caso saltasse fuori era stato intervistato dal Corriere della Sera che aveva sciorinato il suo brillante CV, consultabile anche sul sito della Regione, tralasciando ovviamente (forse volutamente o forse solo per superficialità o ignoranza dei fatti) il piccolo particolare della condanna a 7 anni e 9 mesi (15 in primo grado) per omicidio volontario, non preterintenzionale come riportato da Repubblica che sull’argomento come al solito sbaglia. Un precedente che a quanto pare non risultava nemmeno all’assessore della giunta di centro destra che lo aveva scelto per un incarico di fiducia.

Sergio Ramelli è uno dei pochissimi “cuori neri” per il quale esiste una verità giudiziaria, arrivata con molti anni di ritardo, che ha accertato i fatti e dato un nome e un volto ai suoi assassini, il che non significa però, al di là del piano formale, che sia stata fatta veramente giustizia. Di sicuro la tenacia del giudice Guido Salvini, che portò l’inchiesta fino in fondo nonostante molti ostacoli e le molte “vocine” del Palazzo di Giustizia che glielo sconsigliavano, non basta a compensare gli oltraggi ricevuti da Sergio Ramelli, in vita e da morto, e dalla sua famiglia.

Tutte le istituzioni sono in debito con loro: la scuola, dove tutto è iniziato e dove Sergio ha trovato insegnanti indegni che, tradendo la loro missione, hanno fatto di lui un bersaglio per le chiavi inglesi di Avanguardia Operaia; la polizia mai impegnata ad indagare seriamente ma impegnatissima il giorno del suo funerale ad impedire il corteo funebre e a distribuire denunce per apologia del Fascismo mentre i gentiluomini di AO fotografavano indisturbati dalle finestre della Facoltà di Medicina, da dove erano partiti gli assassini, i presenti in Piazzale Gorini per individuare altri bersagli (le foto sarebbero poi state ritrovate nel famoso covo di viale Bligny).

La magistratura per i 12 anni durante i quali le poche pagine dello striminzito fascicolo sono rimaste a marcire in un cassetto prima che Guido Salvini lo ritrovasse e invece di archiviarlo, come gli era stato raccomandato, lo trasformasse in un gigantesco dossier di migliaia di pagine contenenti la ricostruzione completa del delitto. E il Comune di Milano per uno degli episodi più infami, l’applauso del Consiglio Comunale alla notizia della morte, una vergogna per la quale nessun sindaco ha mai pensato di fare ammenda.

Atteggiamenti e comportamenti che in fondo non sono mai cambiati, visto che ancora adesso a Milano è impossibile ricordare Sergio Ramelli con il rispetto che meriterebbe la sua memoria senza tirarsi addosso gli schiamazzi delle prefiche antifasciste, le maledizioni di politicanti faziosi e ignoranti, le minacce di gente che sfila inneggiando alle chiavi inglesi, le patetiche narrazioni di giornalisti incapaci persino di datare correttamente i fatti.

Oltre, naturalmente, all’atteggiamento ostile e pregiudizialmente aggressivo dell’autorità costituita che in occasione delle commemorazioni del 29 aprile fa piovere denunce e rapporti regolarmente demoliti in sede giudiziaria e che giovedì non ha trovato di meglio che multare i tre militanti che avevano portato in via Paladini una corona d’alloro. Provvedimento alquanto grottesco se confrontato con la benevolenza con la quale sono stati gestiti certi assembramenti del 25 aprile in teoria vitatissimi, ma nihil sub sole novum.

La sentenza del 1989 ha fissato su carta bollata fatti e responsabilità ma non ha cambiato né la mentalità né la percezione dei fatti. Ha dimostrato che a volte uccidere un fascista è un reato, ma anche che per molti, a tutti i livelli, non è e non sarà mai un reato come gli altri.

Men che meno in una città come Milano nella quale da anni la sinistra che conta coincide con la “buona borghesia” che comanda: intellettuali a la page, giornalisti in carriera, medici, avvocati, architetti di grido, imprenditori di successo tutti rigorosamente “democratici” e “progressisti”, molti dei quali ai loro tempi non disdegnavano affatto le pratiche infami del cosiddetto “antifascismo militante”.

Lo dimostra anche la sorte dei colpevoli che a parte uno – Roberto Grassi detto Riccio che diede l’ordine e che morì suicida prima del processo – se la sono cavata tutti a buon mercato pagando un prezzo tutto sommato modico, dopo essere stati chiamati a fare i conti con il loro passato quando oramai avevano abbandonato da anni, come un vecchio gioco di società fuori moda, le chiavi inglesi e la violenza politica per diventare stimati professionisti in carriera, cioè esponenti della odiata “classe borghese” da cui in realtà provenivano e che credevano di combattere militando in un’organizzazione violenta che di “operaio” aveva solo il nome.

Il loro percorso di vita non è stato turbato più di tanto da processo e condanne: pochi anni di carcere per i due esecutori materiali, Marco Costa e Giuseppe Ferrari Bravo, anche per via di altri fatti, condoni e pene alternative per gli altri anche grazie alla loro condizione e alla ridotta pericolosità sociale. Qualche pseudo rimorso strumentale e di circostanza, come quello della algida lettera ad Anita Ramelli, qualche riflessione personale come quelle efficacemente stigmatizzate da Gian Micalessin a proposito di Colosio, ma per il resto nessuna seria conseguenza, né sociale né personale. E fino all’arrivo delle manette nessuna crepa nel muro di omertà che li proteggeva.

La condanna per omicidio volontario non ha mai ostacolato né la loro vita sociale nè le loro carriere di medici, primari e docenti universitari, il suo disvalore etico non è mai stato adeguatamente percepito, anzi. Niente più che uno sgradevole incidente di percorso da nascondere sotto il tappeto e dimenticare in fretta, come dimostra il caso di Claudio Colosio.

Oggi, a 45 anni dal delitto Ramelli, le chiavi inglesi sono sparite, ma la velenosa sottocultura che le aveva generate gode di ottima salute; in troppi casi mentalità, parole d’ordine e atteggiamenti sono esattamente gli stessi del 1975. Per questo non possiamo dire che Sergio Ramelli abbia avuto veramente giustizia