Qualche mese fa, fra la confusione generale, è esploso sui social l’hashtag #ItaliansAreBlack. L’hashtag era l’ennesima trollata proveniente dal sottobosco internettiano che trova sessualmente appetibili le ragazzine anime molestate da tentacoli, ma alla sua base ha una verità: gli italiani erano considerati così. Per decenni, nei paesi in cui arrivavano gli immigrati specie del Mezzogiorno, gli italiani sono stati considerati non-bianchi o comunque geneticamente inferiori alla maggioranza etnica predominante. E una delle regioni che ha trasformato questa considerazione in ostilità razziale è il Benelux (Belgio, Olanda e Lussemburgo). Quello stesso Benelux a cui, a sentire il ministro degli Esteri del Lussemburgo Asselborn, membro del partito operaio socialista, dovremmo dire grazie per i decenni passati a lavorare in miniera (non a riscuotere pocket money) per mandare dei soldi a casa.

In Lussemburgo la comunità di minatori italiani arrivò a toccare le 10mila unità, mentre in Belgio, dove dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale nessuno aveva voglia di lavorare in miniera, arrivarono ben 63mila italiani, in partenza da tutte le regioni, e attratti da false proposte economiche partirono per le miniere di Charleroi e Marcinelle grazie a un accordo stretto con il nostro Governo. Per ogni minatore l’Italia riceveva in cambio 200kg di carbone. Essere considerati neri non era semplicemente un commento al colore della pelle, ma serviva a giustificare lo sfruttamento della forza lavoro. Gli italiani erano bassa manovalanza, e socialmente inferiori.

In Benelux gli italiani venivano chiamati italiaantje (“piccolo italiano”, per via della statura più piccola rispetto all’etnia nordica), pizzavreter, spaghettivreter (mangiapizza, mangiaspaghetti). Vivevano negli ex campi di concentramento tedeschi e quando arrivavano dopo viaggi massacranti di tre giorni in treno venivano costretti a firmare dei contratti di lavoro che prevedevano doveri, non diritti. Se non si lavorava in miniera al primo anno di arrivo si finiva in galera, non in hotel. Intorno alle miniere, locali e ristoranti avevano cartelli con scritto “vietato l’ingresso ai cani e agli italiani”. Novecento italiani morirono fra il 1946 e il 1956. Uno ogni quattro giorni. Gli ultimi, nel disastro di Marcinelle.

Ancora un paio d’anni fa, il governo della Vallonia ha lanciato una campagna contro l’abbandono dei rifiuti per le strade. Sui cartelli pubblicitari appare un maiale a bordo che lancia un sacco di spazzatura dal finestrino di una macchina. A lato la scritta: “Non prendete le aree di sosta per dei porcili”. Qual è la macchina? Una Fiat 500. Anche nel Lussemburgo tanto caro ad Asselborn gli italiani ancora oggi sono considerati manodopera a basso costo, che riempie (come del resto succede in gran parte del mondo anglosassone) bar, ristoranti e pompe di benzina.

Testimonianze di vari immigrati in Limburgo (la regione fiamminga del Belgio) raccontano tutt’ora di una totale segregazione tra le due comunità, quella fiamminga autoctona e quella italiana. Si discrimina nelle scuole, sul lavoro e nella vita sociale: “italiano” è sinonimo di “peggiore” e gli italiani vengono discriminati al grido di “Padroni nel nostro Paese” e “Il nostro popolo viene prima”. Suona familiare? A Lussemburgo invece, in Rue de Strasbourg, è pieno di ristoranti e bar gestiti da italiani e marocchini (che nel corso degli anni hanno sostituito gli italiani nei lavori umili), ma non per promozione della cucina etnica, semplicemente perché così se ne stanno da una parte e non danno noia.

Non deve sorprendere più di tanto, quindi, il fastidio di Asselborn nell’accettare le invettive di Salvini contro l’importazione dei nuovi schiavi dall’Africa. Perché loro lo hanno fatto per decenni. Solo che gli africani eravamo noi.

 

Daniele Dell’Orco, Nazione Futura 14 settembre 2018