C’era una volta l’Italia, Paese di santi, poeti, eroi e navigatori.
La crisi delle vocazioni nei primi tre campi é evidente ma pensavamo almeno che il primato della nostra marineria non potesse essere scalfito.
E invece la tragedia della Norman Atlantic ci costringe a fare i conti con un tema scomodo, perché non riguarda più soltanto il fato o le responsabilità individuali ma quello che sta accadendo agli eredi di chi ha insegnato a mezzo mondo ad andar per mare.
Sono stati gli anni neri della nostra Marineria, metafora di un Paese da rifondare.
Mi tornano alla mente quattro episodi che negli ultimi tre anni ci hanno segnato in modo indelebile.
Partiamo dall’immagine simbolo del declino di una Nazione marinara: era la sera del 13 gennaio 2012, la Costa Concordia adagiata su un fianco sulle scogliere del Giglio, il suo Comandante che diserta, il personale di bordo che non sa cosa fare, “torni a bordo, cazzo!”, il rimpallo delle responsabilità e il solito finale all’italiana con Schettino in cattedra a dare lezioni di “gestione del panico”.
Passano poche settimane e il 15 febbraio 2012 la petroliera italiana Enrica Lexie viene proditoriamente indotta dalle autorità indiane a rientrare nel porto di Kochi.
Erano gli albori dell’incresciosa vicenda dei nostri due Marò, che dopo tre anni si trovano ancora ristretti e si vedono negato il giusto processo che il diritto internazionale stabilisce chiaramente debba essere celebrato in Italia.
Quel giorno, nella scelta di assecondare la richiesta indiana anziché far rotta verso l’alto mare come buona prassi marinara avrebbe voluto, ci fu certamente una responsabilità nella catena di comando militare ma ci fu anche un armatore tremebondo che spinse per quella scelta irresponsabile.
Ma non dobbiamo dimenticare la tragedia del porto di Genova, quella notte del 7 maggio 2013 in cui la Jolly Nero facendo manovra si schianta contro la banchina abbattendo la torre piloti e causando 9 morti. Una enorme nave mercantile entrata nel porto di Genova di prua e costretta ad uscirne percorrendo un lungo e stretto canale a marcia indietro, fino a perdere il controllo nel bacino di evoluzione.
Fino ad arrivare alle immagini di pochi giorni fa nell’Adriatico: le fiamme e il fumo, un Comandante che fa fino in fondo il suo dovere, gli eroici soccorritori, la calca per salvarsi, i sospetti sui clandestini a bordo e su un bilancio di morti che potrebbe essere più pesante di quello ufficiale, le immancabili inchieste che ci dovranno spiegare le responsabilità.
Ma non dimentichiamo nemmeno i tragici naufragi che hanno colpito tre tra le marinerie pescherecce più importanti d’Italia: Mazara del Vallo a ottobre (3 morti), San Benedetto del Tronto ai primi di dicembre (1 morto), Ravenna pochi giorni fa (scontro tra imbarcazioni turche, bilancio ancora non definitivo).
Da questi episodi possiamo trarre alcune conclusioni o, forse, in attesa delle verità giudiziarie, almeno porci qualche interrogativo non banale sullo stato in cui versa quella che fu una delle più grandi, forse la più grande, marineria del mondo.
Dedichiamo ancora alle nostre navi, alle loro dotazioni di sicurezza e al controllo su di esse, alla formazione del personale di bordo, le attenzioni del passato o almeno quelle che sono necessarie oggi?
L’utilizzo su vasta scala di ciurme in gran parte composte da marinai stranieri, che magari paghiamo meno, formiamo meno e che inoltre parlano peggio la nostra lingua, non si sta forse rivelando un problema?
Non è forse tempo di mettere mano con coraggio alla riforma della nostra portualità, in modo da dotare la nostra Nazione di infrastrutture moderne ed efficienti?
Certo, ci sono le immagini commoventi dei marinai e degli elicotteristi della San Giorgio e della Guardia Costiera; prima di loro, quel vero e proprio prodigio di ingegneria navale (a onor del vero non solo italiano) rappresentato dalla messa in sicurezza e dal trasferimento della Concordia. Ma essere quelli che nell’emergenza danno il meglio di sé può essere consolatorio eppure non basta se vogliamo tornare ad essere orgogliosi del grande popolo (di navigatori) che siamo stati.. E che dovremmo provare ad essere ancora.