Marcello Veneziani è una persona che si è spesa parecchio. Ha creduto in un progetto, irreparabile, quale, quello di un’Itaca, l’isola di Destra che tutti vorrebbero e che però, nessuno ha mai ritenuto in buona parte la casa in realtà dell’eterno Omero. Il quale, egli stesso, per nulla propenso al nomadismo ascetico, è sempre stato coscientemente attratto dal mito odierno di una casa (Nazione) propria, spendendo inizialmente la sua vita nella creazione di gruppi studio “Omerìdi”; nell’intercorso storico di qualsiasi civiltà europea, riuscirono prima di tutto e ancor prima della creazione dell’Ulisse mitologico a narrare, tramandando, facendosi così fondanti dei poemi e delle gesta di un continente. Non ci vuole uno storico o un appassionato di mitologia per comprenderne una forte stanzialità dei Proci. Ulisse tornò e si riprese la sua terra ma, adesso, è ancora lui a riprenderla ? O invece al contrario…

 

Alla fine vogliano tornare tutti a Itaca? Lo facciano pure. Però, identificandosi nel nome dello ius sanguinis originario e non in quello di un luogo immaginifico. Oppure, valorialmente, affidandosi alle note arcaiche di una delle leggende viventi rappresentative della conoscenza europea, del cantore-musico Turlough O’Carolan? L’Omero del Nord e la sua breve parabola vitale, dal 1670 al 1738, piacerebbe certamente all’antico greco. O’Carolan, dalla sua, dopo esser stato a lungo vezzeggiato come unificatore della tradizione musicale, storica, d’identità e narrativa della sua terra, chiarisce senza mai aver ripudiato “Il Piccolo Popolo” di casa sua per un intento di coesione. Ammaliando con sollecitudine quel alone dei lumi “portatori” della ragione artistica dei due compositori A. Corelli da Fusignano (1653-1713) e A. Vivaldi di Venezia (1678-1741).

 

Con tutto ciò, Itaca c’entra. Ricominciare da una Destra sola, desiderando un lembo lenitivo di un’unificazione senza la bacchetta del celebre Maestro irlandese per poi riscoprire in Ulisse un protagonista senza autore. Successivamente relegato in un cassetto dei sogni e, magari a coronazione di una visione onirica, gratificandosi di una moltitudine ammiccante ad una possibile e ritrovata unità. Ma di cosa? Dell’innamoramento pretenzioso di un termine del giornalismo che, dove il soggetto, noi, improvvisamente viene riunificato in un lamento della ripetitività delle sue giornate, ritrovando fra le righe accorte in Un Fuoco Fatuo di Drieu La Rochelle, la scorciatoia offertaci, guarda caso, attraverso quei giorni? Anni, minuti e fatiche, impercettibili. Salvo, per chi si è prodigato l’ingresso in una o più liste elettorali e correndo ansiosamente alla presentazione di freschi volumi: raddoppiati per la “causa comune”.

 

Secondo Veneziani siamo dunque passibili tutti e in buona parte artefici di un disastro elettorale. Una novità, seguendo l’eterna autocommiserazione e le mode, dimenticandoci invece delle priorità intrinseche; può ragionevolmente balenare per la testa che noi, non siamo, la Destra. Se per questo, neppure la sinistra, tanto meno come scritto nella sua rubrica Cucu’ su Il Giornale, dal titolo di un suo commento sulla questione Ricominciamo da una Destra sola,“ affidandoci a due cose opposte: un’idea e un capitale.” Un’idea di cosa rappresentiamo e cosa siamo a parte un recinto dogmatico ce l’abbiamo. In quanto al Capitale, siamo per forza di cose vincolati all’azzeramento globale. Non è ancora giunta l’ora di attraversare il Peloponneso e le isole dorate d’Occidente, restando indenni. Tempo al tempo. E’ solo una questione di Forma inversa: cioè di stile.

 

L’Idea c’e’ ma deve per forza passare, attraverso la chiusura ermetica di un caveau “sotterraneo”, dove il tesoretto (salvo trasferimenti monegaschi) del defunto Movimento Sociale Italiano e delle costituenti dell’ex AN giace da tempo immemore? Secondo il pensiero dei cultori di Itaca dove, credo, non me ne vorrà certo il baffo più amato della Destra italiana, si possono ritrovare tutte le sue componenti ? Forse, sarebbe meglio e il condizionale è giusto anteporlo, come figli di un valico italiano ed europeo, vivendo bramando, possibilmente poi attuandone un’azione connessa al mondo reale, scevra da ogni possibile profondità e compartecipazione alle pluri-categorizzazioni dell’irrealtà diffusa. Una guarigione dall’eterna autosuggestione di essere i numeri primi dello 0 postumo: da raggiungere mediante ad un ritorno alla cultura mai in senso lato e, a proposito di arpe e violini, affievolendo la forza di un ritornello nel pensare ad alta voce e nella prassi, all’ennesima concorrenza interna (correntizia) alla “Cosa di Destra”.

 

Bruxelles conta. Maggiormente, in ottica delle prossime elezioni europee. “Tra una brasserie e l’elaborazione di un’attuale rimedio peronista italiano” ( perché no europeo?), Bruxelles rivela di non essere Itaca e volendo, fa sapere che è a portata di mano. Occorre allora rivalutare la possibilità di una nuova classe dirigente? Possibilmente preparata e a seconda delle proprie specifiche, pronta a far valere un’efficiente progettazione risolutiva dei mali della Nazione. Navigando seguendo una rotta ben precisa: una rete italiana composta da lavoratori, dalle intelligenze giovanili e meno nate da una tipologia di cultura mai doma fuori da un recinto ad influsso mandriale, tenuta in ghiacciaia e utilizzata solo quando i tempi grami richiedevano (richiedono) praticità, dalle imprese, all’industria, sino a cogliere le vie perniciose del rinnovamento della ricerca e dello sviluppo sotto l’ipnosi progressiva delle prospettive seducenti italiane ? L’era dei Santi e dei navigatori alla Vespucci, dove salpare a vele spiegate verso un nuovo continente solcando i mari nell’assoluta grandezza della terra ferma/natia era una prassi oggi capovolta, è traducibile in una rinnovata volontà decisionale; senza correre il rischio di disperderla ma renderla esprimibile nell’attuale sintesi di un’unica ipotesi. Si sa, discernere passando dall’immaginifica volontà unionista di un termine alla realizzazione-progetto della politica delle genti d’Italia, è difficile. Non è più il momento di interpretare la rabbia e la spossatezza generalizzata. Meglio indirizzarla verso una cultura alternativa all’epopea dei sermoni da trinomio incorporato. La sfida è lanciata. Attenzione a non perdere l’unico veliero in partenza dalla nostra banchina. L’abbaglio del viaggiare in piena comodità su “Quel treno per Yuma”, lo abbiamo visto, è solo un inganno.