Un’iniziativa, una volta tanto centrata e meritoria e non perduta a tutela e spiegazione delle manie e dei giochini o giochetti di Berlusconi, è stata assunta da “Il Giornale”.

Dal prossimo sabato, con cadenza settimanale, saranno ripresentati, allegati al quotidiano, gli 8 volumi della biografia di Mussolini, curata da Renzo De Felice, ed apparsi tra il 1965 ed il 1974.

In questi giorni sono state raccolte alcune riflessioni di studiosi “sull’importanza e sull’eredità” dello storico reatino. Ha iniziato Dino Cofrancesco, il cui articolo è stato mal presentato da questo titolo “Ma la sinistra non volle capire ma scelse l’eterna guerra civile”, dal momento che non furono soltanto comunisti e socialisti ma anche i democristiani ed i liberali malagodiani, ad essere ostili più o meno aspramente ad un ripensamento equilibrato e serio del fascismo e del suo duce. E’ certo comunque che fu solo l’estrema, con i suoi “bravi” a promuovere manifestazioni negli atenei e pressioni violente contro la diffusione dell’opera, fino a giungere ad un attentato domestico.

Una osservazione ed un consenso a Cofrancesco. Togliatti, non per amore di pace, ma per l’intenzione di una conquista strisciante dei gangli vitali della società (magistratura e scuola), poi ottenuta, “scongiurò la guerra civile”. Il merito si riferisce alla citazione di uno scritto, ancora al momento, vivo e valido, del 1994, “Democrazia e stato nazionale, in cui De Felice auspica la salvaguardia dei valori tradizionali, “sentiti da molti uomini come l’unica difesa dall’alienazione e dall’isolamento”.

Nel suo intervento sul quotidiano Giordano Bruno Guerri, nonostante il silenzio sulle valutazioni, non solo critiche ma abbondantemente polemiche, espresse dalla storiografia cattolica, pur ripercorrendo le posizioni scontate nel loro livore assunte dai socialcomunisti, spiega con esempi lucidi e calzanti il valore del c.d. “revisionismo”, di cui fu pesantemente accusato De Felice. Per Guerri “se gli architetti non fossero revisionisti, staremmo ancora nelle grotte, se i medici non fossero revisionisti, saremmo ancora a farci operare dai barbieri. Gli storici devono essere revisionisti perché non si debbono accontentare di quello che è già acquisito”.

E pensare che assai di recente la Camera, in maniera non definitiva, ha espresso, con l’appoggio massiccio degli uomini di Berlusconi e con la conformistica e pavida astensione dei superstiti deputati di destra e dei leghisti, il consenso ad una misura normativa, sostenuta dalla sinistra, demonizzatrice proprio del principio della modifica, attraverso nuovi documenti e nuove acquisizioni, di una versione remota o anche prossima di un avvenimento.