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Le forze speciali italiane a partire da quest’anno saranno un po’ meno “speciali”. Più che una battuta un concreto rischio, almeno a giudicare dall’ulteriore sforbiciata che, proprio a partire da quest’anno, è stata decisa per il corso operatore basico operazioni speciali (il noto OBOS, ovvero il periodo formativo comune per tutti gli operatori delle forze speciali italiane). Questo mentre una nota stampa del Pentagono rende noto che circa trenta operatori delle forze speciali italiane sono impegnati nella zona di Ramadi, una delle più calde dell’Iraq. Una presenza su cui il governo italiano ha sempre glissato.

A partire dal prossimo mese di marzo dunque –stando a quanto reso noto da Analisi Difesa- il 22° Obos avrà una durata di 15 settimane, cinque in meno rispetto alle 20 previste fin dal 2011. L’iter formativo degli operatori delle forze speciali non è nuovo a contrazioni, ma ora sembra si sia raggiunto il limite critico. Se dalle 29 settimane iniziali si era passati a 27, una prima sensibile contrazione si era avuta nel 2011, con il passaggio al modulo da 20 settimane. Oggi un ulteriore riduzione di cinque settimane.

Se la contrazione da 27 a 20 settimane era stata motivata con una rimodulazione del percorso formativo tale da consentire un’ottimizzazione dei tempi (anche se non si era potuto fare a meno di abbreviare alcune fasi), oggi alla base dell’ulteriore riduzione della durata del corso Obos è difficile intravedere motivazioni differenti da quelle meramente economiche. A dispetto dello sforzo teso a compattare i tempi formativi è evidente che una riduzione del 25% della durata del corso difficilmente potrà essere recuperata sfruttando al massimo le giornate disponibili.

Anche per le forze speciali -9° Reggimento col Moschin, 185° Reggimento Ricognizione e Acquisizione Obiettivi – RAO, 4° Reggimento Alpini Paracadutisti e 3° Reggimento Elicotteri per le Operazioni Speciali Aldebaran- si applica dunque la “politica della lesina” di ottocentesca memoria. Con quali effetti è ancora da vedere, ma i rischi non mancano.

In primis è evidente che in questo modo si allungano i tempi necessari a dichiarare “pronti all’impiego” gli operatori, scaricando di fatto sui reparti di destinazione l’onere di completare la formazione dei militari. Potrebbe diminuire, a giudizio di diversi osservatori, la generale prontezza operativa dei reparti, già di per sé alle prese con le criticità derivanti dalle difficoltà di reclutamento.

In un quadro geopolitico caratterizzato da una grande instabilità, se non di guerra aperta, nelle regioni di interesse vitale nazionale – la Libia, la Siria ed in generale il bacino del Mediterraneo, senza contare la crisi più o meno congelata in Ucraina- appare poco lungimirante porre una pesante ipoteca alla piena operatività dei reparti delle forze speciali, chiamati a giocare un ruolo sempre più importante in uno scenario internazionale caratterizzato da conflitti di tipo asimmetrico.

Eppure per contenere le spese si sarebbe potuto intervenire su aspetti di tipo amministrativo –vedi inquadramento del personale partecipante all’Obos- piuttosto che su elementi sostanziali. Ma la linea scelta appare, purtroppo, pienamente coerente con l’approccio generale del governo Renzi e della sua maggioranza sulle questioni di politica della difesa. Del resto basta osservare l’incredibile tira e molla sull’acquisto degli F 35 o le indecisioni sull’aggiornamento della componente corazzata -ormai obsoleta, tanto che i carri realmente operativi non sarebbero più di una cinquantina- per aver chiaro quale sia l’approccio alla materia.

C’è solo da sperare che lo “Stellone” italico ci metta la solita pezza.