Al pari dell’indimenticabile  “Commissario Rock” (Edoardo Polacco), anch’io” ho commesso un errore”: ho acquistato un quotidiano milanese sempre più di “pseudo centro – destra”. Il motivo della mia critica, della mia incredulità e del mio enorme fastidio è costituito da due articoli, presentati in prima pagina e sviluppati nelle pagine interne.

Massimo M. Veronese (Uomini e donne che fecero l’Italia. Se ne va la generazione dei ragazzi degli anni ’60) sostiene che i vecchi, morti in questi giorni incredibili negli ospizi e negli ospedali, “sono i ragazzi che avevano vent’anni negli anni Sessanta, i ragazzi del miracolo economico e della contestazione studentesca, dello sbarco sulla Luna e della tivù con un canale solo, della 500 per tutti e delle prime minigonne, l’Italia della metropolitana e dei juke box, l’Italia che ha l’età di Mina e Celentano, che ha vissuto, senza impazzire, il più spaventoso, rapido e tumultuoso cambiamento della storia dell’umanità, che ha assorbito in pochi anni quello che i loro nonni e bisnonni ha digerito in millenni. Se ne va una generazione di bambini usciti dalla guerra che ha costruito l’Italia, gli ha dato storia, ricchezza, spessore, ideali, che ci ha dato quello che siamo”.

Chi scrive è appena di qualche anno più giovane (1945) ed è perfettamente cosciente che quella metamorfosi, da porre comunque a carico di donne ed uomini, maggiori almeno di 10 – 15 anni, ha provocato fenomeni rapidi quanto fragili, contemporanei e paralleli ai tanti registratisi in mille altri Paesi. Non ha costruito – frase cruciale quanto retorica – l’Italia, non gli ha dato che storia, ricchezza, spessori, ideali effimeri, controproducenti e lesivi per gli anni che viviamo e che vivono i nostri figli.

La storia di quel periodo pretenziosa è sfociata nella fase buia degli anni di piombo, la ricchezza è stata dilapidata, al pari delle cicale, gli spessori si sono rivelati vani e falsi, gli ideali hanno raggiunto il loro culmine, devastante e falso nel ’68. Del quadro generale sono stati effetti e prodotti di incalcolabile gravità i mezzi di comunicazione, la televisione pubblica e quella commerciale, che ha assunto come “bandiera” il “Grande Fratello”.

Ancora, a detta di Veronese, questi poveri defunti hanno cresciuto “i figli nell’era della grande scolarizzazione di massa”, fenomeno planetario e non davvero nostrano, e hanno “abbattuto le frontiere del costume e dei diritti civili”, fatto drammatico per la famiglia smantellata e sabotata. Le “frontiere”, sbandierate dall’editorialista, a voler essere seri e attenti, appaiono quanto più lontane ed estranee dalle contrade più pesantemente colpite, vissute da sempre ed anche oggi con modelli di vita tradizionalisti.

 Da rifiutare per la nostra area politica, con la più aperta severità e serietà, è la nota di Marcello Zacchè, fondata su un astruso ed immotivato livore antinazionale, che raggiunge il culmine dell’assurdità, nell’”atto di fede”, decrepito e bocciato dai fatti, sul futuro degli ideali di un “continente geografico, politico ed economico”, a cui possono prestare affidamento e credibilità solo Zacchè e … Marco Cappato (!!!).

E meno male che nell’intervista rilasciata nella stessa edizione del foglio meneghino, Giulio Tremonti, interpretando un sentire diffuso quanto indispensabile per noi tutti, auspica “un mondo che dovrebbe tornare ad essere quello che è stato possibile ancora negli anni Ottanta e Novanta, diverso da quello che si è rivelato prima illusorio e poi impossibile con gli ultimi anni, negli anni della estrema globalizzazione. Dopo l’ideologia del divino mercato, il ritorno dello Stato, nello Stato e per lo Stato serve la politica”.