Nell’articolo “Spezzatino di destra in salsa” su Il Giornale di venerdì, credo che Marcello Veneziani, nei cui confronti nutro stima sincera e un’amicizia spero non unilaterale, sbagli nel descrivere una «destra in frattaglie frutto di una idiozia bilaterale» per la mancata intesa «almeno tra La Destra e Fratelli d’Italia». Fa un errore innanzitutto sui numeri (ma è un peccato veniale vista la complessità della legge elettorale non a caso detta porcellum). Infatti, in ogni caso, e cioè anche se si fossero sommati i risultati di FdI e La Destra (1,96 + 0,54 = 2,5) i seggi sarebbero stati in totale 11 o al massimo 12 e non certo 24.

Ma, conti della serva a parte, mi preme segnalare a Marcello, che tutti noi veneriamo come intellettuale, storico e scrittore, che sbaglia a non valorizzare il risultato di Fratelli d’Italia. Nel contesto attuale che è qui superfluo descrivere e con Berlusconi in grande spolvero (oltretutto ambiguo con l’appello al voto utile) è stato un vero miracolo riuscire in soli 40 giorni, senza risorse, né padrini, né media a ottenere un risultato lusinghiero.

Entrare in Parlamento e superare non tanto FLI o lo stesso Storace quanto Casini, Giannino e Di Pietro che insieme ad Ingroia e all’estrema sinistra restano anch’essi sotto il risultato del centrodestra nazionale di Fratelli d’Italia è un dato che non ha bisogno di altri commenti.

Anche sull’affermazione dell’idiozia bilaterale Veneziani ha forse qualche ragione ma manca di un’informazione completa: personalmente ho insistito fino alla fine per una qualche intesa possibile (per ultimo proposi inutilmente almeno la reciproca desistenza nei singoli collegi del Senato. Mi è buon testimone il braccio destra di storace, onorevole Bonasorte).

A Marcello ricordo che però proposi proprio a lui all’hotel Nazionale, di scendere in campo, di candidarsi, di essere il comune punto di riferimento di tutta la nostra area. Ci fosse stato un sì, magari condizionato allo stare tutti insieme, avremmo avuto nella coalizione (Lega Nord a parte) un solo partito in alternativa al centrodestra di Berlusconi.

Ma forse, ed è questo l’argomento politico che più mi preme esplicitare non è affatto certo che unendo all’improvviso progetti politici, sicuramente diversi, sarebbe stato più facile far rinascere quella che Veneziani definisce «la destra prepolitica» assai più vasta dei nostri risultati elettorali.

Addirittura sarebbe forse stato impossibile unire i consensi raccolti dal nascente centrodestra nazionale FdI con i consensi (peraltro assai contenuti) del partito di Storace, vissuto da gran parte degli elettori a torto o a ragione come addirittura destra pre-missina. Il totale poteva in ipotesi risultare anche minore della somma degli addendi. Ma quel che più conta e che forse non è stato compreso da Marcello anche per colpa nostra, impossibilitati ad esporlo chiaramente, è che Fratelli d’Italia non si pone come obbiettivo quella di una pur lodevole riunificazione delle destre presenti in Italia (alcune di mera testimonianza). Peraltro non ci riuscì nemmeno Almirante e né Alleanza Nazionale che forse non pensò nemmeno di provarci.

Al contrario l’atto non eroico ma certamente coraggioso (in un mondo fatto di troppe cautele per non dir di peggio) di Giorgia Meloni, Guido Crosetto e se si vuole anche mio, di fondare a poco più di un mese dalle elezioni un nuovo soggetto politico, aveva lo scopo preciso di rimettere in cammino la speranza di un nuovo centrodestra come lo avevamo immaginato a Fiuggi e come lo avevamo poi inutilmente sognato con la nascita del Popolo delle Libertà. Un centrodestra che sia di sicuro anche la casa madre per quella destra che Veneziani definisce «mentalità prepolitica esistente e diffusa» e non solo. Proprio perché assai diffusa oltre i limiti di chi si autodefinisce di destra occorre che tutti noi si scenda nell’agone quotidiano della politica affinché la pianticella che siamo riusciti a far attecchire si fortifichi e diventi un grande albero, forte e ramificato, capace di rappresentare tutto il pensiero che il centrodestra vuole e può raccogliere. Per riuscirci bisogna rinunciare ad egoismi e ad ogni recriminazione. Occorre però mettere in campo tutte le energie disponibili, senza primogeniture né «superiorità culturali» vere o presunte ma anche senza capacità esclusive di chi «fa politica».

Più che tornare ad Itaca è forse giunto il momento di riprovare nuovamente a superare le colonne d’Ercole. Il mare aperto è sempre stato il nostro destino.