Cominciata poco tempo fa, la trasmissione “Il Collegio” si è guadagnata una schiera di seguaci in forte crescita. Si tratta di un reality show trasmesso da RAI 2, basato sul format di Channel 4, “That’ll Teach ‘em” (“così imparano”), e ambientato a Caprino Bergamasco, in quello che era il Collegio San Carlo.
Un gruppo di adolescenti di oggi forma una classe di liceali, provando ad adattarsi per qualche settimana alla vita di qualche decennio fa (immaginando per esempio di tornare al 1961, centenario dell’Unità e al 1968, anno delle contestazioni): vestiti, atteggiamenti, tecnologia, fatti di cronaca e costume… docenti, sorveglianti e preside si attengono in pieno allo spirito dell’epoca in questione; i ragazzini hanno, ovviamente, qualche difficoltà.


Immediato il messaggio che “Il Collegio” consegna: bisogna tornare indietro. Con la massima urgenza. I ragazzi di oggi sono in condizioni disperate: non per colpa loro (che adesso ci sguazzano, un giorno ne pagheranno le conseguenze), ma d’un sistema che li ha intrappolati in un abisso di (spiace dirlo) imbecillità.

L’edizione al momento in onda è ambientata nel 1982: l’anno del Mundial (celebrato con un’amichevole di calcio, che ha visto i ragazzi del collegio televisivo subire un terrificante 11-0 dalla selezione di uno autentico). Particolarmente inquietante è stata la prova d’ingresso: secondo gli esaminati, il capoluogo dell’Emilia-Romagna è Torino, “associazione mafiosa” è “quando prendi in giro qualcuno per il colore della pelle” e “sbancare il lunario” significa sbarcare sulla Luna (azione che, notoriamente, chiunque compie ogni mese). Nulla di strano, o meglio: un disastro epocale, ma non il problema non sono gli strafalcioni dei liceali in questione. Qualche anno fa (nemmeno tantissimi) gli italiani meno avvezzi allo studio non avevano il minimo problema a muoversi tra regioni e città italiane. Oggi, non lo si può dare per scontato.


Ma non è tutto qui. “Il Collegio” indaga la crescita umana dei ragazzi (il voto in condotta ha infatti maggior peso delle materie insegnate – anche perché il rendimento in queste è generalmente tragico): dando, a volte, segnali di ottimismo. Un tema in classe sui lager aveva per quesito: cosa ti mancherebbe più, se fossi privato della libertà? Se il primo ragazzo al quale il docente di italiano, Andrea Maggi, chiedeva di leggere a voce alta l’elaborato, rispondeva “un letto per riposare comodamente” (scatenando l’ira dell’insegnante, che condivisibilmente definiva l’elaborato “un orrore da far ghiacciare il sangue”), un altro scriveva: la voce di mia madre. Semplicissimo lo svolgimento del tema, bellissimo e nobile il concetto.
La regia della trasmissione non dà tanto risalto alle lezioni in classe (che si segnalano non per l’impreparazione sfoggiata dai liceali su questioni elementari, ma per i siparietti scatenati dalla loro ineducazione), quanto alle loro dinamiche sociali. Vi sono storie di reale amicizia (come il conforto dato a un ragazzo col complesso dell’altezza), ma i risvolti sono spesso deludenti.


Un fatto emblematico: Claudia è una delle ragazze più piccole (14 anni), ma il suo cipiglio ribelle la fa sembrare una veterana. Caruccia ma terribilmente sgarbata, colleziona richiami dal saggio preside (Paolo Bosisio), che a una certa rifiuta di convocarla nel suo studio, e incarica i ragazzi: organizzatevi in assemblea, e votate se vada espulsa o meno, ma sappiate: alla sua prossima bravata (che tutti sanno essere inevitabile), sarete puniti tutti. Lei si dimostra onesta, e chiede che i compagni di scuola votino per espellerla, perché non sopporterebbe che siano sanzionati per colpa sua (potrebbe evitare future stupidate, ma non chiediamo la luna – quella su cui si sbarca ogni mese). Una prima votazione finisce con 9 voti per farla restare contro 8 per allontanarla: ma due ragazze ci ripensano, e per 10 voti a 8 l’indomabile Claudia termina la sua avventura al collegio. Non finisce male solo per lei, perché il preside rimprovera i dieci piccoli iscarioti: per paura d’una sanzione, avete sacrificata la vostra compagna; vi ho posto un problema, e anziché affrontarlo, l’avete eliminato.
Si tratta di un gioco, non è stata rovinata la vita a nessuno, e la ragazza era contenta di non dover più sottoporsi alla reclusione scolastica. Ma è un episodio rivelatore, molto più di qualsiasi blasfemia sui capoluoghi di regione, o dell’imbarazzante lettura della “Pioggia nel pineto”.

Non è colpa loro. Un nato nel 2000 non è più stupido, o più cattivo, di un nato nel 1950 o nel 1960. Non è una questione genetica, non c’è una involuzione del genere umano in atto – o meglio c’è, ma non è una questione fisiologica. Un nato nel 1950 o nel 1960 accendeva la radio e trovava Lucio Battisti, un nato nel 2000 si connette a YouTube e vede Sfera Ebbasta.
“Il collegio” è una piccola trasmissione televisiva, ma lascia un importante spunto. Non giustifica né condanna: mostra gli adolescenti di oggi per quello che sono – un branco di analfabeti. Ma non li addita: scherza su di loro, ma anziché metterli alla gogna dà loro la possibilità di mostrarsi sensibili, a volte profondi – senza scadere nella reclamizzazione dei “millennial”, tanto cara a chi li compiace per vendere loro qualcosa. Sono nati nel momento sbagliato: non vanno assecondati, lodati, ma nemmeno condannati o almeno compatiti. Va loro invece offerta la possibilità di un’educazione migliore (su questo è proprio Maggi, l’insegnante di italiano e storia, a insistere di più, anche fuori della trasmissione): e finché non si demolisce del tutto quella vigente, frutto marcio del pensiero unico, le cui conseguenze sono mollezza di costumi, crasso analfabetismo, e una mancanza di etica le cui ricadute sociali sono tanto evidenti, questi ragazzi resteranno vittime di chi, ammantandosi del ruolo di loro portavoce (anche e soprattutto in politica), li tiene in questa gabbia.


Non per nulla, il programma è stato stroncato da “L’Espresso”, che ha parlato di “ragazzi bullizzati dagli adulti”. La speranza è far capire, ai ragazzi, che rimproverarli e persino punirli non è “bullizzarli”, ma è farli crescere e voler loro bene; e chi offre loro droga, gender, linguaggio da postribolo e ore da gettare con lo smartphone, è solo interessato a passare alla cassa. Confini e divieti irrobustiscono e fanno crescere: il progressismo giova a chi lo vende e smarrisce chi lo compra.