Di giorno in giorno la vicinanza politica con Berlusconi diviene insopportabile, inopportuna, così da farsi connivenza o più probabilmente assoggettamento e subordinazione impotente.

Non c’è istante in cui non sbandieri la sua indispensabilità e la sua insostituibilità, in una parola unica e precisa, la sua leadership autoproclamata. Per fare cosa? Per raggiungere quali mete alte e luminose?

Di tempo e di anni ne ha avuti e non pare sia stato in grado di costruire uno Stato con strutture nuove ed innovative e di varare leggi incisive e durature per lo sviluppo della società in ogni settore sociale, nella sua intierezza.

E’ rientrato sulla scena, forte di un copione inalterato, mutando o perdendo molti gregari, conservandone, dopo promozioni, altri nella massima parte dei casi solo grigi “plauditores”.

Ha cercato di ostacolare la candidatura di Musumeci e dopo aver dovuto cedere, si è presentato, a successo ottenuto dal leader siciliano, come l’artefice reale del risultato. Ha iniziato a condurre una battaglia quotidiana a tappeto, non contro il governo ma contro il M5S ed almeno i risultati nelle municipali di Ostia hanno smentito l’efficacia della sua predicazione. Non solo, infatti, la candidata grillina ha stravinto ma soprattutto l’astensionismo ha raggiunto percentuali eloquenti sulla stanchezza, sul fastidio e sul disgusto dell’elettorato, ben lontano dall’essere conquistato dal Verbo proveniente da Arcore.

Persino il segretario della CEI si è accorto della situazione e soprattutto delle prospettive, cioè dell’inesistenza di partiti “portatori di idee e progetti che riescano a tenere in piedi la voglia di andare avanti”. Se la diagnosi, pur stilata in termini sciatti, non è infondata, incredibile e inaccettabile è la terapia suggerita, indicata o meglio ancora imposta da mons. Galantino, l’approvazione dello ius soli.

Anche se i due “compari” non perdono occasione per recitare “sceneggiate” sulla loro presunta contrapposizione (l’ultima puntata è costituita dalla sfida elettorale lanciata dal giovane al meno …. giovane), le prove della loro simpatia e del loro mai interrotto feeling difficilmente sfuggono.

Un editoriale di Sallusti è solo apparentemente critico, dal momento che invece di demolire integralmente il progetto renziano ne rileva solo difetti comportamentali, accredita di “qualche senso e utilità” la costosissima per l’erario e quindi per i cittadini, “mezza riforma” dello “jobs act”. A proposito di questa iniziativa, tanto strombazzata verso cui sono andate le simpatie (interessate) degli imprenditori, giunge una nuova, aperta sconfessione da parte dagli organi comunitari. E’ di questi giorni infatti il giudizio della Commissione UE, che capovolge i risultati ad usum delphini preelettorali, propalati dall’ISTAT. Nell’analisi equilibrata ed attendibile l’Italia è tra i 5 Paesi a rischio inadempienza per il persistere dell’alto debito pubblico, la bassa produttività e la disoccupazione giovanile.

La perla nell’assolo del direttore de “Il Giornale” è raggiunta nel momento in cui si rammarica Renzi non sia “più il nuovo” e, “comunque vada, mai più potrà esserlo”. Sarebbe interessante leggere un’articolata e convincente spiegazione sulla “novità” rappresentata dal giovanotto fiorentino.

E’ mancata assolutamente, dopo la sconfitta subita sul piano internazionale per l’assegnazione della sede dell’Agenzia europea del farmaco, la denunzia delle responsabilità da attribuire all’antipatia, all’insofferenza, al fastidio accumulati dai comportamenti spesso provocatori e sempre arroganti di Renzi. Qualcuno ha invece addossato la colpa della figuraccia al povero Gentiloni e delusi sono apparsi nei loro commenti sia Maroni, per il fallimento della esperienza bipartisan condotta con il Sindaco Sala, sia lo stesso Salvini, ristrettosi in una semplice lamentela economica.

L’ultima pennellata, su cui lo stesso Salvini e la Meloni dovrebbero riflettere, è recata dal titolo del foglio di famiglia. Si tratta di un attacco alla CGIL, accusata di “usare i pensionati contro Renzi” “solo per aiutare Bersani”. Cosa c’entra Renzi, dal momento che il presidente del Consiglio ad oggi si chiama Paolo Gentiloni e soprattutto qual’ è la motivazione di questa interferenza in una vicenda interna della sinistra, pronta a separarsi da Renzi, in esplicita concorrenza elettorale?