Dopo quasi ottant’anni sono tornati in Italia dalla steppa russa. Per ora soltanto i corpi di 12 nostri soldati, caduti durante la Seconda guerra mondiale e riesumati nella fossa comune di Shikhovo, vicino a Kirov, circa 800 km a est di Mosca.

Ci sono voluti più di due anni di ricerche e scavi da quando, nel 2016, i ricercatori russi hanno annunciato la localizzazione delle fosse e i lavori di riesumazione. Il protagonista di questa missione è stato, però, un gruppo di associazioni di appassionati italiani riunite sotto il nome di Italian Recovery Team. Sigle e città diverse, dalla Linea Gustav di Cassino alla Linea Gotica toscana di Scarperia fino al Museo della Seconda Guerra mondiale di Felonica (Mantova), a dimostrare che in ogni parte d’Italia c’è chi s’impegna a conservare la memoria della tragedia dell’Armir.

Finora sono stati riesumati 1657 corpi, per la maggior parte ungheresi, ma i lavori di scavo non sono terminati anche se le stime ipotizzate dai russi (circa 20mila caduti) sono molto superiori alla realtà. Le piastrine militari recuperate sono 79 e appartengono a 13 italiani, 54 ungheresi e 12 tedeschi. Sono poche rispetto ai corpi sepolti, ma d’altronde venivano requisite dai soldati russi oppure buttate via dai prigionieri.

Le fosse comuni si trovano lungo un binario secondario della Transiberiana, percorsa agli inizi del 1943 da treni carichi dei prigionieri della disfatta del Don, che costò la vita a circa 90mila soldati italiani. Kirov era una zona dove erano concentrati nove campi di detenzione e lavoro, dove risultano scomparsi almeno duemila italiani. I prigionieri, stremati dal freddo e dalla fame che morivano durante il viaggio, venivano gettati fuori dai vagoni dentro delle fosse scavate a fianco dei binari.

Le operazioni di scavo sono state organizzate nelle estati 2017 e 2018. La maggior parte dei volontari sono ragazzi russi dell’associazione Dolg, ma c’è anche il team italiano con una trentina di persone. Si lavora con il metodo da archeologi: prima la spillonatura del terreno, poi pala e infine la cazzuola per non danneggiare i resti.

La maggior parte dei corpi riesumati è rimasta in Russia perché non ne è stata possibile l’identificazione e sono stati così sepolti a 50 km di distanza, nel cimitero dedicato ai prigionieri di guerra a Falyonki. I dodici corpi dei caduti che hanno fatto ritorno in Italia sono stati identificati grazie a lembi di divisa o ad altri oggetti. Due di loro hanno nome e cognome e sono un alpino Monchio delle Corti (Parma) e un artigliere di Bracciano, riconosciuti grazie alle piastrine militari ancora sul corpo. Sono state trovate anche altre targhette lontane dai resti degli altri soldati italiani, ma che hanno permesso di conoscere i nomi di altri caduti. Ora le spoglie dei dodici militari che rientreranno in Italia troveranno riposo il prossimo 2 marzo, quando verranno tumulate nel Tempio di Cargnacco in Friuli. Le autorità russe hanno permesso al team italiano di riportare in patria anche parte degli oggetti riesumati nelle fosse. Sono divise, scarponi, pipe, medagliette religiose, stellette e insegne militari, come la croce della Divisione Julia per la campagna di Grecia o lo stemma della divisione alpina Cuneese.

«Se avessimo riportato in patria anche un solo caduto, ne sarebbe valsa la pena», ha detto Damiano Parravano , responsabile dell’associazione Linea Gustav. L’Italian recovery team si è totalmente autofinanziato ma strada facendo ha avuto l’appoggio del ministero della Difesa italiano, delle autorità diplomatiche e delle istituzioni tedesche e russe. «È stato necessario superare una serie di ostacoli burocratici e diplomatici ha spiegato Parravano -: i dodici corpi hanno dovuto fare tappa per diverse settimane a Mosca, dove almeno hanno potuto ricevere una benedizione in una chiesa».