Dopo le stragi di venerdì scorso il rotondo presidente francese François Hollande ha decretato su tutto il territorio nazionale lo stato d’emergenza, praticamente lo stato di guerra. Non accadeva dal 1957, dai tempi della battaglia d’Algeri. Quella battaglia, scatenata dall’offensiva terroristica del Fronte di Liberazione Nazionale, fu vinta allora con i metodi durissimi imposti dalla guerra rivoluzionaria; i paras si sporcarono le mani e, alla fine, annientarono i terroristi placando la rivolta. Un trionfo amaro ed effimero. Negli anni successivi mancò poi la volontà politica, la capacità di “tenere” e ricostruire un tessuto lacerato e nel 1962 l’Algeria intera fu perduta. Nei Sessanta un comunista intelligente come il regista italiano Gillo Pontercorvo dedicò un bel film — equilibrato quanto potente — su quei giorni tremendi. Vi proponiamo un frammento centrale (l’analisi del nemico) e alcune righe per comprendere il contesto. Uno scenario nuovamente e tragicamente attuale. Giorni difficili ci attendono…

«Alla fine del 1956, i capi del FLN in piena crisi militare, decisero di cambiare strategia e aprire un nuovo fronte: il terrorismo urbano. L’epicentro dell’offensiva fu Algeri, il cuore della presenza coloniale. Nell’autunno gli indipendentisti scatenarono una massiccia campagna di attentati (122 soltanto nel mese di dicembre) contro obiettivi civili — negozi, scuole, stazioni, aeroporti, balere, caffè, l’ippodromo —, massacrando centinaia d’innocenti e trasformando l’intera città in un campo di battaglia. Il 7 gennaio 1957 un esasperato Robert Lacoste, ministro per l’Algeria, affidava ad un perplesso Massu le chiavi della capitale con l’ordine di spezzare Paul Aussaresses la spirale terroristica e, ad ogni costo, bloccare lo sciopero generale indetto dal FLN, podromico all’apertura di un dibattito sulla questione algerina alle Nazioni Unite. Il generale convocò i suoi comandanti — l’immancabile Bigeard, Jeanpierre, Fossey François, Chateau Jobert, Mayer e i due “tecnici” della guerra rivoluzionaria, i colonnelli Roger Trinquier e Paul Aussaresses — per decidere e agire. In fretta. Pochi giorni dopo, gli ottomila uomini della Decima divisione occupavano l’intera area urbana. La battaglia d’Algeri, la pagina più cupa e inquietante del capitolo algerino — descritta mirabilmente nelle sue diverse fasi dall’omonimo film di Gillo Pontecorvo —, era iniziata. Fu una battaglia senza onore e senza gloria. All’offensiva del terrorismo i paras risposero — con la piena approvazione del governo socialista di Guy Mollet — applicando i moduli della guerra rivoluzionaria: analisi, informazione, controllo del territorio, azione. Per scongiurare lo sciopero e azzerare l’insurrezione gli uomini di Massu espugnarono la casbah — la roccaforte della ribellione — , obbligarono gli esercenti ad aprire le loro botteghe, imposero agli operai e agli impiegati arabi di recarsi al lavoro; intanto, fermavano i sospetti per interrogarli con spietatezza estrema e poi colpire.
Una violenza “controllata” per bloccare una violenza “totale”. L’orrore della tortura per fermare l’orrore delle bombe. Un vicolo cieco, una strada senza ritorno. Per tutti. Per fermare il micidiale, quotidiano rosario esplosivo inanellato attorno alla città da les porteuses des bombes del FLN, i “lupi” indagarono, agirono e poi, nel tempo, cercarono di dimenticare. Negli anni i protagonisti principali — Massu e Bigeard tra tutti — cercarono di minimizzare, relativizzare gli episodi. Ne incontrai qualcuno, ma nessuno volle affrontare l’argomento. I più cortesi, tutt’al più mi rispondevano con qualche banalità, tipo «era la guerra, ma non era la nostra guerra» e poi glissavano, salutavano o parlavano d’altro. Per pudore, imbarazzo, fastidio. Non so.
Nel 2000, l’ormai ottantaduenne Paul Aussaresses chiuse la questione con un’intervista a Le Monde in cui ammise d’aver ucciso con le sue mani ventiquattro prigionieri, aggiungendo: «Se fosse da rifare, mi seccherebbe, ma rifarei la stessa cosa, perché non credo si possa agire altrimenti». Per poi chiamare in causa i veri responsabili: i ministri dei governi socialisti dell’epoca «perfettamente al corrente delle modalità con cui l’esercito provvedeva a “pacificare” l’Algeria». Un terremoto mediatico che non scalfì l’inverno del generale. Indifferente ad ogni polemica, Aussaresses se ne andò il 3 dicembre 2013. Senza chiedere ambigue redenzioni, senza alcun rimorso».

Marco Valle, da “Confini e Conflitti”, Eclettica editore 2014