Quale idea dell’Unione Sovietica avevano i militanti del Partito comunista italiano durante il terribile 1956, nei mesi del XX Congresso del Pcus e poi dell’invasione dell’Ungheria? Un ruolo cruciale nell’informazione di un vasto pubblico venne svolto dal corrispondente dell’«Unità» da Mosca, Giuseppe Boffa (1923-1998). Alla figura di questo giornalista, che poi divenne il più influente sovietologo comunista italiano (scrisse tre volumi di storia dell’Urss), è dedicato l’acuto saggio di Ettore Cinnella “Il «compromesso storiografico». Il Pci e il giudizio storico sull’Urss” (56 pagine), che sarà pubblicato nel prossimo numero della «Nuova Rivista Storica», diretta da Gigliola Soldi Rondinini ed Eugenio Di Rienzo. Qui non c’è lo spazio per seguire la lunga traiettoria professionale del giornalista, ma si può accennare al suo atto di nascita di sovietologo, che illumina tutta la produzione successiva. Boffa arrivò in Urss nel dicembre 1953, accompagnato dall’alto dirigente Giancarlo Pajetta. Era a Mosca al tempo del XX Congresso del Pcus e del rapporto di Krusciov sul «culto della personalità». Non volendo sbagliare, il brillante giornalista chiese consiglio sul da farsi a Palmiro Togliatti. E questi, con una delle sue proverbiali uscite, gli rispose di «non lasciarsi sfuggire nulla di quello che verrà rivelato in pubblico». Il messaggio era: dai conto di tutta l’ufficialità, ma non scrivere nulla del dibattito riservato. Così, mentre il mondo e l’Italia discutevano delle sconvolgenti rivelazioni di Krusciov, i lettori dell’«Unità» apprendevano dalle «acrobazie di Boffa che anche Stalin aveva commesso errori». Tanta reticenza spinse a Mosca alcuni dirigenti, come Alfredo Reichlin e Luciano Barca, desiderosi di capire. La stessa sorda cautela seguita per il XX Congresso venne applicata da Boffa durante l’aggressione dell’Urss all’Ungheria: il giornale comunista non poteva dissociarsi dall’attacco a un Paese indipendente, così il suo corrispondente denunciò raccapriccianti episodi di «terrore bianco». Dietro questa linea c’era ancora l’ispirazione di Togliatti, il quale nell’ormai nota lettera del 30 ottobre 1956 ai vertici del Pcus accusò il governo ungherese di andare verso una «direzione reazionaria» e quindi ne sancì la condanna a morte.

 

Dino Messina, Corriere della Sera, 6 aprile 2014