E’ apparso da pochi giorni il secondo fascicolo del semestrale di storia delle istituzioni, edito da “Il Mulino”, “Le Carte e la Storia”, giunto alla XXIV annata. Tra i saggi quello di più calzante attualità è quello di Valerio Strinati, “Prima del 2 giugno; le regioni nei dibattiti delle commissioni governative”. L’autore, già consigliere parlamentare del Senato della Repubblica, ripercorre in sintesi, in telegrafica sintesi, appena 13 pagine, un confronto ideologico, poi sostanzialmente ricondotto, al momento della discussione nell’aula dell’Assemblea Costituente, sui binari ideologici dei partiti maggiori (DC e PCI), con spazi solo teorici, concessi ai raggruppamenti minori, destinati sin da allora ad una funzione di contorno.

   Strinati, dopo avere ripreso argomentazioni, superate e smentite nei giudizi storiografici più aggiornati, come la ormai anacronistica sopravvalutazione dei meriti partigiani (il volume di Olivier Wieviorka), mostra di avere nozione di quanto lo scontro fosse influenzato e condizionato alla radice ed in sostanza dalle contrapposte mire territoriali dei cattolici e dei comunisti. Non deve sfuggire alla memoria che, dopo il varo delle regioni a statuto speciale, si attesero ben 22 anni prima di promuovere la costituzione delle regioni a statuto ordinario.

   Cade a proposito in questi giorni in cui si attacca, anche in maniera sguaiata e sarcastica , l’intangibilità dell’unità nazionale, la sua sottolineatura fatta a più riprese nel corso dei lavori preparatori. Strinati cita una relazione curata dal consigliere di Stato Silvio Innocenti (1889 – 1958), in cui si arrivava a caldeggiare una competenza “propria ed originaria [delle regioni], in cui non sono consentite invasioni da parte degli organi del potere centrale”.

   Innocenti è il funzionario, che 10 anni prima, dando una anticipata prova dell’insopprimibile camaleontismo italiano, da commissario straordinario nella mia città, Tivoli, aveva denunziato che “questi quattordici anni di Regime [rigorosamente maiuscola], che hanno lasciato traccia indelebile financo nei Comunelli più modesti e più lontani, sia trascorsi inutilmente”.

   Nella sezione riservata alle “segnalazioni bibliografiche” sono indicate, relative al fascismo con le  sue variegate sfaccettature, fonte inesauribile di spunti e di saggi, con buona pace di Croce, 13 opere, apparse tra il 2016 e il 2018, più di una volta misurate ed equilibrate.

   Nelle pagine, intitolate “Cronache e notizie”, ampio spazio è dedicato ad una giornata di studio su “Santi Romano e il fascismo”, svoltasi a Catania nel maggio dello scorso anno. Nel corso dei lavori sono stati lodati lo straordinario contributo di analisi offerto dal giurista, la modernità del suo pensiero e il fertile dialogo intrattenuto con Maria D’Amelio.

   Guido Melis, dal canto suo, si è soffermato sulla centralità e sul peso attribuiti da Romano allo Stato, ne ha ricostruito la figura anche nella fase del suo “discreto” nazionalismo prefascista ed il rapporto con Mussolini. Il relatore ha colto poi un punto chiave, nel momento  in cui ha studiato il discorso di insediamento alla guida dell’istituto di Palazzo Spada (1929). Ad avviso dello studioso sardo Romano, pur riconoscendo la “Rivoluzione fascista”, come l’evento storico creatore di un “nuovo ordinamento giuridico”, aveva individuato con forza il Consiglio di Stato quale “istituzione fondamentale del potere esecutivo”.