E lentamente, sotto lo spazzolino delicato del restauratore, riemergeva la punta di un enorme, monumentale fascio littorio. E anche i lineamenti della Vittoria alata, armata di gladio romano, riprendevano il loro profilo marziale e futurista, come l’elmetto militare della Grande Guerra, scintillante, e la scritta in caratteri romani: XIV° anno dell’era fascista. Così, mentre l’opera censurata di Mario Sironi ritornava pian piano alla luce nell’aula magna del rettorato, alla Sapienza, nello stesso tempo, quasi seguendo il ritmo del pennello e della spazzola, nei corridoi dell’università riemergevano anche gli stessi dubbi del 1945, qualche chiacchiera di colleghi professori, un dibattere tra rossori e sollevamenti di sopracciglia, esitazioni e delicati eufemismi, mignoli alzati e gonne tirate giù per non scoprire le ginocchia: non è forse il New Yorker, il prestigioso New Yorker che ci ha spiegato che siamo tutti fascisti, che noi italiani non facciamo i conti con la storia perché non abbiamo mai abbattuto il palazzo della Civiltà Italiana all’Eur, e perché conserviamo l’obelisco del Foro Italico, con la sua scritta “Mussolini Dux”, quella che Laura Boldrini, con coraggioso tempismo, ora vorrebbe venisse cancellata?

 

Il 23 novembre sarà il capo dello stato, Sergio Mattarella, a tirare giù la tenda che copre questo enorme affresco alto nove metri e largo dieci che Mario Sironi dipinse negli anni Trenta per celebrare “l’Italia fra le arti”, nel complesso universitario disegnato dall’architetto Piacentini su committenza del duce, che lo inaugurò e battezzò. Nel dopoguerra l’affresco venne sporcato, ridisegnato, coperto, censurato, alterato, reso ideologicamente corretto ma artisticamente corrotto, seguendo argomenti che vengono da lontano, cari ai fanatici di tutti i tempi, da Torquemada ad al Baghdadi, il capo dell’Isis, gli stessi argomenti che da un fondo remoto ritornano a noi, oggi, nelle parole gettate lì con incauta spensieratezza dalla signora Boldrini, dall’iconoclastia imbecille del New Yorker, dalle retate dei carabinieri nei lidi “fascisti” di Chioggia e dalla pigrizia di quei deputati del Pd che scoprono il pericolo democratico nella paccottiglia di una tazza da tè e nell’etichetta di un vino dozzinale. Roba da disperarsi, o divertirsi.

 

Ed ecco dunque l’ambiente universitario della Sapienza, a Roma, nel 2017, che in questo diffuso clima di timori surreali, grottesche cacce alle streghe, furbizie, tentennamenti e pruderie, mentre il Parlamento italiano spinge persino la propria dissipazione al punto di approvare una legge che già esiste contro l’apologia del fascismo, ecco l’ambiente dei professori della Sapienza che si divide in un dibattito per adesso tutto interno, ma composto di mugugni e di battutine, smorfie e sorrisi tesi, perché nessuno alla Sapienza, esclusi gli storici dell’arte che fortemente hanno voluto il restauro, sembra sapere se bisogna gioire per il capolavoro ritrovato o mettere su il cipiglio resistenzialista per via di quel Mussolini a cavallo che è spuntato fuori sotto i colpi di spazzola. Tutto un mondo, e un modo di condursi nel mondo, che ci fa intuire quanto questi siano tempi pieni di contropiedi e spiazzamenti, cretinerie e mediocrità, tempi dai quali, insomma, è pericoloso sporgersi. Persino all’università. Per lo storico dell’arte, restaurare e riportare alle origini è un invincibile impulso, una vocazione, affinché l’arte e la storia portino testimonianza. Anche fra quei poveretti che non sanno niente ma vogliono spiegarci tutto.

 

 

Salvatore Merlo, Il Foglio, 20 ottobre 2017