Quella grande industria del malessere che è stato il rock ha avuto, tra i suoi esponenti, pochissimi autentici geni.
Una delle sue più bolse, fiacche propaggini, la scena “indie”, offre ancora meno. Basti dire che questo panorama musicale, tanto affollato quanto poco espressivo, risponde grosso modo al mondo degli “hipster”: in italiano, i “fighetti” – quella branca giovanile fatta di sciatteria, ossequio totale al pensiero unico, saccenza (sono quelli che quando le elezioni non vanno come vorrebbero loro, invocano – su Facebook – l’abolizione del suffragio universale), boria a fronte d’un livello culturale che non va oltre la cinefilia preconfezionata (Lynch è “un co…….. di genio”, Tarantino “un fot…….o genio”), consumismo sfrenatissimo, dipendenze varie, noia. Omologatissimi, eppure “open-minded”. In Italia, i rappresentanti musicali più noti di questa marmaglia sono due band parecchio laide (i TheGiornalisti e gli Stato Sociale).
La produzione in lingua inglese va un pochino meglio, e capita (molto raramente) qualcuno che faccia della musica decente. A volte, addirittura qualcuno che abbia qualcosa da dire.

Julia Holter è una fulgida eccezione. Le è stato recentemente appioppato un assai improprio accostamento con Bjork. Se proprio ci si deve piegare alla non simpaticissima consuetudine del paragone (un artista, o comunque una persona, non può valere di per sé?), sembra più opportuno avvicinarla a Kate Bush e Mike Oldfield: due artisti molto complicati che si sono inseriti nell’alveo dell’industria musicale rock, restando estranei al suo immaginario ed esprimendo, forti d’un livello culturale molto alto e capacità musicali molto al di sopra della media (esiste uno strumento che Oldfield non sappia suonare e pure benissimo?), ciascuno un affascinante e peculiare universo poetico.

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Nata nel 1984 a Milwaukee, Julia Shammas Holter cresce e studia musica (sin da piccola suona il pianoforte) fra Los Angeles e il Michigan. Diventa allieva di John Cage, si ispira a Laurie Anderson, tra i suoi autori preferiti c’è il Bryan Ferry psicotico dei primi Roxy Music. Legge tantissimo, è affascinante, fa l’insegnante di sostegno.

Nel 2007 pubblica un disco ormai irreperibile, Eating the Stars, in ricordo dell’esperienza con i ragazzi che le erano affidati; nel 2011 pubblica invece Tragedy, ispirato alla sua passione per il teatro classico greco (in particolare, per Euripide). Nel 2012 pubblica Ekstasis, secondo tentativo di creare un teatro in musica a sé stante. Entrambi dischi di nicchia, stracarichi di riferimenti letterari, raffinati e sperimentali. Ne resta fruibile soltanto So Lilies, a volte riproposta dal vivo.

Il 2013 è l’anno di Loud City Song, forse il disco migliore della Holter. Si torna alla formula, inaugurata col primo album, del “concept album”: Loud City Song è un viaggio fra le paranoie dell’autrice stessa, con due figure ricorrenti in tutto il suo immaginario: i cappelli con cui si ripara da sguardi indagatori, e gli uccelli malevoli che assediano il ristorante Maxim’s per poter sentenziare sugli umani che lo frequentano (e beccare formaggio). Filo conduttore, la vicenda di Gigi, il personaggio di Colette che è fra gli alter-ego holteriani. Dall’angoscia di Horns Surrounding Me (in cui la Holter si trova perseguitata da… ottoni), a una metafora semplice e commovente delle lacrime d’amore e solitudine (He’s Running Through My Eyes) si arriva alla catarsi di City Appearing: un fuoco che sembra annunciato da Teilhard de Chardin unisce tutti i personaggi di questa odissea newyorkese in una pace estatica.

Nel 2015 esce il disco più venduto: Have You In My Wilderness, unione riuscitissima fra la poetica holteriana e la musica pop, fra la sua malinconia e la sua gioia. Il livello e il risultato sono altissimi, dallo struggimento per una relazione tanto desiderata e mai conquistata, nelle bellissime Feel You (“can I feel you? / are you mitological?”) e Silhouette, alla giocosità di Sea Calls Me Home ed Everytime Boots, e una canzone autenticamente epica: i sei minuti e mezzo di ferocia elettronica in Vasquez, in ricordo dell’epopea d’un bandito messicano (“Bandido, they call me…”) che a metà Ottocento fu l’incubo delle autorità californiane, nonché figura romantica: lettore di romanzi d’amore e autore d’un notevole epistolario per le sue molte conquiste femminili, passione che gli costò la carriera criminale e la vita; Julia si immedesima con partecipazione nel ruolo e canta le sue gesta, finché “they put me to sleep / on diagonal rocks / so no one tells the story…”; forse la più grande canzone della sua carriera sinora.

Nel 2017 Julia Holter pubblica In the Same Room: album-concerto (registrazione in presa diretta e in studio, un live senza pubblico) con brani dagli album precedenti (tranne Ekstasis) tra i quali Have You In My Wilderness spadroneggia (come ribadisce il chiaro rimando nella copertina: un altro ritratto a figura intera di Julia in cornice bianca).

Nei primi giorni del dicembre 2017 è approdata in Italia, con tre concerti in tre giorni di fila tra Pordenone, Bologna e Roma.
La data romana fu al Quirinetta, sontuoso incubo liberty progettato da Marcello Piacentini; spalleggiata da Tashi Wada al sintetizzatore, la Holter nerovestita, sorridente e munita di pianoforte tenne elegantemente banco per un’ora, con tanto di cover da Paolo Conte (Chiamami adesso), e scaletta dedicata soprattutto ad anteprime dell’album in fase di lavorazione. Chi scrive le lanciò una cartolina di Piazza del Popolo, con un suo ritratto disegnato sul retro. La raccolse!

Nel 2018, pubblica il settimo album: Aviary, sulla cui copertina si fa ritrarre in veste di Cappuccetto Rosso, spaventata dal trovarsi in una “voliera di uccelli che strillano” (questa la citazione, letta in una raccolta della scrittrice libanese Etel Adnan, che ha ispirato il disco – tornano quindi i pennuti sputasentenze di Loud City Song), mentre in un angolo è riportato un messaggio in codice, scritto con segni zodiacali. CD doppio di quindici brani per quasi novanta minuti, progetto ambizioso e variegato, aperto da un inno a voce spiegata (Turn the Light On) per poi passare dalle citazioni trobadoriche (Chaitius) e dantesche ai giochetti in latino (Voce Simul), dalle invettive ecologiste (Whether) ai deliri distopici (Les Jeux to You: tra i ghiacci polari si cela un virus – “know the bubonic in the ice…”).

A fine giugno 2019, il tour europeo di Aviary ha riportata Julia in Italia, con due tappe: il 24 al Magnolia, il festival milanese nel parco di Novegro, e il 25 nel cortile del Castello Estense.

I cantanti lo ripetono spesso, ma ci sono motivi per credere che quando la Holter ha detto che Ferrara è il luogo più bello in cui abbia mai cantato, non stesse soltanto indulgendo in cortesie di circostanza. Ha dedicato il pomeriggio a esplorare il castello, che ha subito reso protagonista di un post Instagram (il social che spesso usa per sfogare il suo humour stralunato: pochi giorni prima, invitava a osservare la meraviglia d’alcune scatole abbandonate contro un muro – “look at those crates!”) nel quale, con tenero stupore infantile, si meravigliava di vedervi “cannonballs, a moat, drawbridges and dungeons”: gli elementi indispensabili del castello delle fiabe.
La serata, nell’ambito del festival “Ferrara sotto le stelle”, è stata aperta da Ginevra, cantautrice torinese emergente, che per mezz’ora ha presentato alcuni suoi brani (tutti in lingua inglese) accompagnandosi con la chitarra.
Intanto, i più attenti potevano riconoscere la star della serata attraversare due volte il cortile in vista dei preparativi.
Terminata l’esibizione della supporter, parte dei (pochi) spettatori si è assiepata sotto il palco, mentre gli altoparlanti diffondevano brani di Vangelis, dalla colonna sonora di Blade Runner; scelta molto più azzeccata del roboante brano jazz che ha funestato il resto dei 20 minuti di ritardo (sembra non si trovassero i fili del computer per gli effetti del batterista). La band è finalmente salita sul palco, e Julia Holter è corsa alla sua tastiera intonando Underneath the Moon (primo brano del secondo disco di Aviary).
Ha quindi passato in rassegna altri brani da Aviary; come a Roma un anno e mezzo prima, è parsa particolarmente compiaciuta del minuto tondo passato a ripetere “voce voce voce voce…” in crescendo, nel climax di Voce Simul: ossia la canzone sul “sogno del XIV Secolo” che Julia dice d’aver ritrovato qui al Castello Estense (felicissima di trovarsi in una meraviglia “medievale” anche perché “in California non ci sono tante cose medievali”…); e anche stavolta ha omaggiato la canzone italiana con la stessa cover di Paolo Conte, Chiamami adesso.
C’è stato poi spazio per una bellissima doppietta da Have You In My Wilderness: le due canzoni “pop” più belle del repertorio holteriano, Silhouette (presentata come “una canzone molto triste”) e Feel You. Si torna quindi alla “voliera”, arrivando alla finta chiusura con I Shall Love.
La band torna sul palco per congedarsi con due altri brani da Have You…: Sea Calls Me Home, uno dei suoi brani più divertenti, e Betsy On the Roof (raffinata lagna che, a parere di chi scrive, è il punto più debole della produzione holteriana, con la chiassosa – stranamente, per una cantautrice che non lo è mai – I Shall Love; e un altro difetto al concerto si può trovare nell’assenza di brani dall’ottimo Loud City Song).

Un concerto compatto (breve e privo di qualsiasi “effetto speciale”) ma sontuoso: Julia Holter ha sfruttato saggiamente tutta la sua cifra artistica – autrice geniale, cantante e tastierista validissima, periclitante fra pathos intenso (rimarchevole la forza con cui canta brani, come Silhouette e Everyday is an Emergency, che continuamente la fanno ricadere nel suo dolore più profondo) e lieve ironia (soprattutto umorismo autodeprecatorio, dall’elenco delle parole italiane che ha imparato: “buonasera”… e basta, ai vani tentativi di pronunciar bene “Ferrara”), oltre a una presenza scenica devastante (oltre che d’una grande artista, si tratta d’una donna bellissima ed elegante, salda e sicura mentre fa correre le mani sulla tastiera e sorridente anche quando canta della sua tristezza).

Ferrara è (nonostante il clima) uno dei luoghi più belli del mondo, e il Castello Estense è (col Palazzo dei Diamanti, Schifanoja…) uno dei suoi punti di forza; Julia Holter è una grande artista, e la sua musica è splendida.
La tappa del tour di Aviary nel cortile del castello ha esaudito le aspettative più ottimistiche: un’occasione bellissima.