Senza alcun dubbio Roger Scruton è uno degli intellettuali contemporanei più intelligenti e colti in circolazione. E la sua produzione più recente assevera la definizione che l’autorevole rivista americana “New Yorker” ne diede alcuni anni fa qualificandolo come “il più influente filosofo al mondo”. Perfino chi non ne condivide gli orientamenti lo ritiene “il rappresentante più controverso della scuola conservatrice britannica della Nuova Destra”. Per tutti Scruton è un lucido intellettuale, privo di pregiudizi, aperto al mondo ed ai mutamenti che rapidamente si susseguono nella nostra epoca, capace di interrogarsi sugli esiti della modernità ed offrendo risposte politicamente scorrette, originali se si vuole per le inclinazioni culturali dominanti nel nostro tempo, ma non certo eccentriche al punto da essere rigettate come visioni di un filosofo alla ricerca di un suo angolo nell’agorà culturale occidentale.

Scruton – oltre che filosofo, è giornalista, romanziere, musicista, polemista, analista politico, e molte altre cose (forse anche agricoltore ed enologo non proprio in senso tecnico) – è certamente il più originale critico delle idee dominanti in particolare di quelle che vorrebbero asseverare il destino ineluttabile dell’Occidente ripiegato su se stesso, perfino “sottomesso” e consapevole inerte della sua decadenza. Negli oltre quaranta volumi pubblicati, negli innumerevoli articoli scritti per giornali e riviste, nei testi delle conferenze tenute in tutto il mondo, Scruton si è fatto conoscere (ed apprezzare) come un conservatore reattivo e dinamico rispetto agli stravolgimenti che il politically correct ha prodotto nelle società affluenti rendendo l’ideologia egualitaria il parametro di riferimento comportamentale collettivo ed individuale. A settantaquattro anni (è nato in Gran Bretagna a Buslingthorpe il 27 febbraio 1944) ritirato, si fa per dire, nella sua fattoria, osserva, interviene, scrive e “provoca” tendendosi fedele ad un’idea della vita e della storia: la continuità non conflittuale della tradizione nella modernità (che critica aspramente quando si pone come alternativa alla prima). Sulla rivista che dirige, “The Salisbury Review”, Scruton, scuote con i suoi scritti  l’Inghilterra e l’Europa con la stessa forza che aveva qualche decennio fa, quando s’impose all’attenzione ripensando il conservatorismo alla luce delle esperienze culturali contemporanee, senza venire meno agli insegnamenti di Edmund Burke e soprattutto di T.S. Eliot, i suoi due più elevati ed amati maestri, ma contribuendo a rendere percepibile un movimento che si riteneva appiattito esclusivamente sulle politiche thatcheriane e reaganiane. Il pensiero di Scruton oggi è parte integrante del dibattito politico-culturale britannico e, sia pure indirettamente, influenza il neo-conservatorismo che cerca una strada dopo gli errori di David Cameron e le confuse tendenze che alimentano polemiche inconcludenti nello schieramento Tory.

La sua più recente raccolta di saggi, pubblicata in Gran Bretagna due anni fa, Confessions of a Heretic, suscitò nei suoi detrattori critiche ed ironie, ma la realtà, purtroppo, gli dava ragione al punto che l’anno scorso, di fronte al disastro politico, culturale e morale, s’impegnò in prima persona nella redazione, con altri studiosi di orientamento conservatore, nella redazione di un manifesto per l’Europa che il conformismo continentale ha quasi “silenziato”. Oggi gli italiani che vogliono riavvicinarsi a questo straordinario intellettuale di stampo medievale, quasi un tomista contemporaneo, dopo aver “assaggiato” le sue preziose ed eleganti prose nei volumi Guida filosofica per tipi intelligenti, L’Occidente e gli altri. La globalizzazione e la minaccia terroristica, Manifesto dei conservatori, La cultura conta, possono gustare la traduzione delle Confessions, proposte, come Essere conservatore, nel 2015, da D’Ettoris Editori con il titolo Confessioni di un eretico

Si tratta di dodici saggi, eterogenei ma legati da uno stesso filo conduttore, che, in una certa misura, propongono una sintesi del pensiero di Scruton che, come sempre, non risulta mai banale sia quando s’intrattiene sull’insediamento dell’islamismo nelle società occidentali che quando s’intromette nella filosofia della danza, a dimostrazione che lo spettro di “divagazioni” filosofico-politiche è assai vasto e tra di esse rientrano la difesa dello Stato-nazione, l’ambientalismo come dato caratterizzante un modo d’essere prima che politico conservatore, la sferzante polemica contro l’apparenza dell’amicizia veicolata da Facebook cui contrappone quella vera, fatta di sentimenti e ragioni vitali. Una riflessione che non trascura quasi nessun aspetto della contemporaneità declinata in chiave filosofica che non manca di attrarre il lettore per lo spirito polemico che anima le analisi anche più impervie illeggiadrite da una cultura che a dir poco entusiasma e lascia sbigottiti per la sua vastità. Un esempio è dato dall’esame del declino dell’arte con la complicità determinante dei critici che governano cinicamente il mercato inducendo anche gli appassionati avveduti in una distorta qualità del giudizio, così come distorto è l’atteggiamento nei confronti delle forme di urbanesimo contemporaneo e delle architetture che rimandano ad una decadenza dello spirito e sono l’eloquente espressione di una sensibilità quasi barbara, arida, irrigidita dai meccani del materialismo pratico che ha fatto dell’utilitarismo il veicolo per imporre la bruttura, mentre la bellezza latita.

Già, quella bellezza che percorre, come ricerca costante, tutte le pagine del libro e dominante in ogni scritto di Scruton. Per lui l’arte deve essere “bellezza, forma e redenzione”, ed il saggio che dedica alle Metamorphosen di Richard Strauss è degno di un musicologo-filologo-esteta, ma anche storico, quale è davvero difficile trovare nei pascoli intellettuali dove razzolano “specialisti” di ogni genere incapaci di avere una visione complessiva del tutto. Ed in tale saggio Scruton osserva, tra l’altro “che Strauss nel piangere la morte della nostra civiltà, ci invita a rivolgerci anche a Dio, precisando che il compositore pur non essendo credente “capiva il bisogno religioso degli esseri umani e la sua musica ne era una risposta”. Scruton è un cristiano, di confessione anglicana, che non lancia crociate di tipo fideistico, ma affidandosi ad un freddo ragionamento politico elenca tutto ciò che non va nel vecchio Occidente, ed in particolare nella vecchia e disastrata Europa per potersi difendere e proporsi ancora come motore di storia. Un’accusa rivolta innanzitutto alle élite europee che non si rendono conto della piega che hanno preso gli avvenimenti che stanno marginalizzando il nostro continente, tale da creare i presupposti di uno scenario apocalittico rispetto al quale le classi dirigenti occidentali non sembra che abbiano la concreta percezione del pericolo incombente. Ad esse Scruton si rivolge esortandole a favorire lo studio della cultura e dell’eredità europea a fronte dell’invadenza globalista che minaccia di distruggere le specificità e le differenze. Da questo punto di vista, nei saggi Governare con giustizia e Difendere l’Occidente, dimostra come lo Stato-nazione, dato per defunto dagli universalisti, è la garanzia primaria dell’ordine civile, politico e culturale verso il quale tendere. Al contrario una società di sudditi obbedienti si insedierà nel cuore dell’Europa travolgendo la sua storia e negando il futuro a chi verrà dopo. “Una sorta di isteria da ripudio – scrive – infuria nei circoli europei che creano l’opinione pubblica e prende di mira una ad una le antiche e consolidate abitudini di una civiltà bimillenaria, proponendole o distorcendole in una forma caricaturale che le rende appena riconoscibili”.

Questo perché i Paesi europei sono governati sostanzialmente da classi politiche incolte e inconsapevoli del destino delle nazioni che guidano e si nascondono dietro “gli usci sbarrati delle istituzioni europee” dalle quali promanano direttive demenziali volte a travolgere l’anima di una comunità vasta di nazioni e popoli fino a sfibrarla. L’ambientalismo, poi, appannaggio di una certa sinistra che l’ha stravolto, è il fiore all’occhiello del “politicamente corretto” utilizzato da chi non vuol vedere la realtà per quello che è. Esso si collega al processo di degenerazione denunciato per altri aspetti della nostra contemporaneità. In realtà, afferma Scruton, “l’ambientalismo è la quintessenza della causa conservatrice, l’esempio più vivo nel mondo, così come lo conosciamo di quel parte artato fra i morti, i vivi e i non ancora nati… Il conservatorismo non vuole portare ad alcuna riforma radicale della società o all’abolizione dei diritti e dei privilegi ricevuti dal passato”. Dunque, “non è una vera e propria causa di sinistra”.

La polemica è aperta. E a menar le danze per una volta è un intellettuale conservatore che non contempla il passato ma intende farlo vivere per come i tempi esigono. Scruton pensa che “si possa essere conservatore e allo stesso tempo un cauto ottimista, rendendosi conto della possibilità di difendere la nostra civiltà e di adattarla ai cambiamenti”. Una lezione di realismo da tenere presente che percorre le Confessioni di un eretico le quali non sono un de profundis, ma suonano come una chiamata a raccolta per una difesa tutt’altro che passiva di una civiltà al tramonto, ma che non è detto che debba necessariamente morire.

Un concetto che si ritrova anche nelle “memorie” del poligrafo britannico, Conversation with Roger Scruton, scritte con il suo biografo Mark Dooley (ed. Bloomsbury), un libro che spero ardentemente possa essere pubblicato presto anche in Italia, magari dal coraggioso, colto e raffinato editore D’Ettoris, nel quale il pensatore britannico oltre a raccontare la sua vita offre uno sguardo d’assieme sul presente dal suo “rifugio” nel Wiltshire, non a caso chiamato “Scrutopia”, osservatorio sull’Europa, l’Occidente e le miserie umane oltre che sulla bellezza nascosta, ma visibile a chi riesce a vederla. Con uno sguardo a Dio ed un altro all’umanità dolente.

 

Robert Scruton  Confessioni di un eretico (a cura di Oscar Sanguinetti) D’Ettoris editori, pp.188, € 16,90