Lazio dell’VIII secolo a. C. . Una landa selvaggia popolata da genti crudeli e barbare. Due gemelli di alta discenza — discendenti di Enea, aristocratico guerriero (non proprio un migrante d’oggi, come qualche stolto vorrebbe…) in fuga da Troia espugnata dagli achei — ma di grande disgrazia, sopravvivono grazie a una lupa e costruiscono con molta fatica e tanto sangue un primo abbozzo di Stato. Roma.

Come è noto, solo uno dei due raminghi pargoli diverrà re-fondatore. Romolo. Per Remo la morte. Forse necessaria. Ragion di Stato o invidia? Una domanda antica e da sempre senza risposta.

Ma, alla fine poco importa. In quel mosaico disordinato che era la penisola — l’Egitto, la Grecia, la Magna Grecia, i fenici, gli etruschi erano ben altra e superiore cosa dalle misere tribù italiche — Roma divenne nel tempo una forza, un magnete, una calamita. Un esempio insuperato e insuperabile. L’impero — un lungo sforzo millenario, una Civiltà — nacque nelle paludi e negli acquitrini del basso Lazio. In un posto inutile e desolato, schifato da tutti e popolato da genti disperse e rozze. Perchè?

Roma rimane un mistero. Un enigma. Oggi, un regista coraggioso come Matteo Rovere ha cercato di capire, di comprendere quello straordinario evento ritornando alle origini. All’origine. A Romolo e Remo. Ai gemelli e ai loro dei. Ed ecco (finalmente dopo tante stupidaggini sfornate da Cinecittà) un film interessante come “Il Primo re”, in uscita a gennaio. Un lavoro importante con un investimento (considerati i livelli italiani) ancor più importante: 8 milioni di euro. Con sana follia (la lezione di Mel Gibson, tra Palestina e Yucatan, evidentemente è servita…) interamente girato in latino arcaico, con i sottotitoli. Perchè? lo spiega lo stesso Rovere nelle sue interviste.
«Siamo partiti dalle narrazioni degli storici classici, Tito Livio e Plutarco su tutti, del mito di Romolo e Remo. Due persone che la natura e il sangue legano in maniera indissolubile e che vivono un’avventura: la ripresa di Alba Longa, l’uccisione di Amulio e l’esodo verso una nuova terra dove viene fondata una nuova società. Dietro tutto questo c’era qualcosa di profondamente cinematografico, cioè il sentimento di due fratelli coinvolti in una grande avventura di salvezza, in cui devono proteggersi l’un l’altro in un mondo duro e pericolosissimo e questo destino li porta al più classico degli elementi fondativi, ovvero l’uccisione del fratello, come Caino con Abele. Mi sono chiesto: se questa leggenda fosse stata vera, che avventura ne sarebbe risultata? Non entriamo nel dibattito sulla fondazione, lo trattiamo come se fosse vero, ne rispettiamo le regole.
Il film è l’avventura di due ragazzi e una donna, una vestale, insieme per salvare il fuoco sacro e portarlo al centro di Roma. Loro non sanno di avere questo destino, ma piano piano acquisiscono consapevolezza del loro compito. Il film esplora soprattutto il punto di vista di Remo: mi interessava il fatto che nella storia ci fosse un grande sconfitto, Remo, perché è Romolo a uccidere il fratello e fondare Roma. Sono partito da un sentimento antitetico: nella prima sequenza troviamo i due fratelli che fanno di tutto per salvarsi la vita a vicenda, testimonianza di un forte rapporto embrionale. Che cosa accade per arrivare a quell’epilogo? Remo ha un carattere molto forte, è un tipo fisico, duro e tosto che ha come unica debolezza la protezione del fratello. Romolo è più pio, legato al Dio, intimorito dal fuoco sacro; ma è quello che compie le svolte decisive, le scelte che portano avanti la storia»