Non capita di frequente di raccogliere le considerazioni di Francesco Storace, eccessivamente ondivago tra un nostalgismo immeritato ed una critica tardiva a Berlusconi. Ha però sensatamente ricordato che “Roma è una comunità e non un’azienda”. Lo ha fatto, come commento alla ennesima “entrata” errata di Berlusconi, nella circostanza sulla scena capitolina, in cui non conta ormai nulla, ammesso sia stato mai incisivo ed ascoltato.

L’egolatra lombardo, dimenticando per un istante la “sua amatissima Milano” ed assegnando un voto positivo ma mediocre alla Meloni e per il capoluogo meneghino a Salvini, ha “stabilito” con l’abusata e fastidiosa I persona singolare di volere “sindaci manager”. Ora “manager”, a voler essere angelici. Può essere reputato Renzi, che opera con staff e laboratori non solo nazionali, ma il termine in sé indica si tratti di un elemento collegato e condizionato dagli interessi e dagli obiettivi di un’azienda. Non parliamo dell’uso nel campo dell’istruzione, perché allora si corre il rischio di cadere nella farsa o nella prepotenza, trattandosi di persone poco o affatto preparate alla gestione operativa degli istituti scolastici, dalla “riforma” trasformati del tutto impropriamente in isole distinte e separate, in monadi, come il tempo ci dimostrerà, completamente sterili.

Il “manager” , se lo vogliamo trasferire in ambito pubblico – ma non è davvero il caso di parlarne riferendosi a Renzi e a Marchini – deve possedere una perfetta ed approfondita cognizione della macchina statale ed amministrativa ed un’attenta conoscenza delle sue norme di funzionamento .

E’ stato poi rilevato con implicito ma chiaro riferimento, quasi una sfida, al nipote del capostipite della dinastia Marchini “Arfio calce e martello”, che i profili personali “dovranno essere riempiti di contenuti politici correnti” e resta difficile se non impossibile quelli del rampollo, comunque non in sintonia e meno che mai compatibili con il tradizionale e consistente elettorato di destra romano.

Sul palcoscenico romano, in cui si è registrata l’ennesima puntata con la rinunzia di Marino, infastidiscono notevolmente due titolo del foglio della famiglia del presidente del Milan e del quotidiano on line di Storace, “La raccolta firme pro Marino ora fa tremare il PD” e “Marino ha consegnato le dimissioni ma continua a pensare alla guerra al PD”, come se dispiacesse l’inizio di questo conflitto, adeguatamente da sfruttare contro questo colosso d’argilla.

E la Meloni? Boh? Sarebbe increscioso che l’appoggio determinante avuto da Gasparri e da Matteoli sul tema della Fondazione si traducesse in una rinnovata sudditanza a Berlusconi. E’ stato registrato comunque che il contrasto con Alemanno, a proposito del simbolo, verso cui vanno i consensi vivi e non nostalgici di milioni di cittadini, sordi all’interminabile e deleteria denunzia della “morte “ dei partiti ed amareggiati dalla deludente esperienza dei poli ormai polverizzati e trasformati in fallimentari gruppi autocratici, è servito a sancire la inappellabile bocciatura dell’esperienza civica del pugliese.

Un’ altra nota de “Il Giornale” dal titolo “Salvini sbarca al Sud ma rischia di “perdere” Piemonte e Veneto” non si accorge della natura emozionale, del respiro corto, dei contenuti non costruttivi ma meramente protestatari del “Carroccio”, ma non può evitare un’osservazione sui costi nelle regioni settentrionali del disegno di Salvini. Lo “zoccolo duro” infatti “rumoreggia temendo che il movimento perda di vista la ragion d’essere originaria: la difesa degli interessi del Nord”. Non è comunque la “ragion d’essere” solo originaria ma unica ed esclusiva senza la quale non esiste altro che velleità, fumo e nullaggine.