L’improvvisa notizia del 2 dicembre scorso riguardante l’arresto a Roma di 37 persone e l’incriminazione di altre 38 (compreso l’ex-sindaco di Roma Gianni Alemanno ed altri politici di centro-destra e sinistra) sotto l’accusa gravissima di aver costituito un’associazione para-mafiosa per ottenere appalti e concessioni dal Comune, dalla Regione e dal Ministero degli Interni (per quanto riguarda la gestione dei campo nomadi e dei rifugiati), basandosi anche sulla “guardia armata” di ex-terroristi neri e rossi (Massimo Carminati ed Emanuela Bigitti), ha colpito come un fulmine soprattutto l’ambiente della destra politica romana.

Un ambiente che, al di là delle sue divisioni partitiche e correntizie, aveva comunque sempre avuto nella sua stragrande maggioranza comportamenti etici e di rispetto per quello che comunemente s’intendono definire come “legge ed ordine”: da qui, le proteste contro la microcriminalità, le illegalità e gli abusivismi diffusi, il disordine generale della Capitale divenuta ormai simile a qualche città mediorientale od indiana. Questo, almeno, era quello che i cittadini avevano sempre sostenuto e cercato di determinare con il loro voto, e la conferma più aperta e generalizzata si era avuta appunto con l’elezione di Gianni Alemanno a Sindaco, votato anche da molti che in precedenza avevano sostenuto i sindaci di centro-sinistra Rutelli e Veltroni. Pensavano, memori di un passato rispettato e fattivo, che un sindaco “fascista” avrebbe cambiato la città…

Cosa è successo, invece? E’ successo, a parere dello scrivente, che tutto il coagulo di affari scarsamente trasparenti da sempre prosperanti nel sottobosco amministrativo servendosi degli appalti, delle concessioni, delle consulenze è riuscito, anche con il sindaco di “destra”, ad inserirsi ed a proseguire nella sua attività per lucrare cospicui guadagni, utilizzando largamente il mezzo della corruzione per facilitarsi gli “affari”.

L’errore di Alemanno è stato principalmente quello di basarsi su un gruppo ristretto di persone (che adesso afferma “aver sbagliato a scegliere”) senza avere un continuo confronto aperto ed una verifica del suo operato non solo (come sarebbe stato doveroso) con i “quadri” romani del partito – prima A.N. poi Pdl – che pure avevano fatto un’accanita ed impegnata campagna elettorale per farlo eleggere, ma neanche, se non scarsamente, con la propria maggioranza consiliare. Tant’è vero che nessun assessore o presidente di commissione è stato indagato.

I fatti avvenuti c’inducono quindi ad alcune considerazioni valide anche per il futuro:

 

  • l’assenza di partiti organizzati, così come avveniva fino a “tangentopoli”, ha favorito il distacco degli eletti e degli amministratori sia dalla cosiddetta “base” che dai vertici, che in qualche misura controllavano i comportamenti pubblici ed a volte anche privati. La distruzione dei partiti è avvenuta con la (falsa) tesi della “fine delle ideologie” che ha annullato qualsiasi principio di diversità ed ha reso i politici e gli amministratori in gran parte simili ed intercambiabili, con le leggi elettorali che hanno abolito la scelta da parte degli elettori, con la creazione di partiti “personali”: il risultato è stato un miscuglio d’interessi personali che non ha più alcun legame con qualche principio politico ed ideale, mentre i sindaci ed i governatori eletti, dall’alto del loro incarico e del risultato elettorale, si sentivano autorità assolute ed indiscutibili;

 

  • la possibilità di appaltare qualsiasi cosa e di nominare a piacere consulenti anche quanto si possiedono dipendenti (nelle Municipalizzate e nel Comune) e professionisti in carico all’amministrazione (esempio, l’avvocatura) ha favorito la proliferazione di cooperative, associazioni d’imprese, studi professionali e tante altre cose che sfuggono a qualsiasi controllo, anche per effetto dell’applicazione dei criteri della “proroga” degli appalti e dell’”urgenza” di alcune attività. E’ questo un sistema che va radicalmente abolito, almeno nelle aree metropolitane, o ridotto a pochi casi resi pubblicamente noti, trasparenti e sottoposti al controllo preventivo della Corte dei Conti;

 

  • il ruolo onnipresente delle cooperative, che hanno totalmente snaturata la loro finalità originaria (associazione di lavoratori che mettono insieme la loro opera e si dividono equamente i guadagni) per trasformarsi in una specie di multinazionale articolata in una miriade di “soci” affidate peraltro a persone di dubbia moralità (come poteva un tizio come Salvatore Buzzi, già extraparlamentare di sinistra ed ex-detenuto per omicidio!, presiedere e dirigere, con qualsiasi tipo di amministrazione, cooperative di servizi? E come mai la Lega delle Cooperative cui era affiliato, la quale ha per legge anche il compito istituzionale della vigilanza – in sostituzione del Ministero del Lavoro – sull’attività delle cooperative associate, non è mai intervenuta e non si è mai accorta di niente? Beh, certo, se il suo massimo dirigente Poletti era amichevolmente a cena con il Buzzi, tutto si spiega… E come mai il “dott. Matteo Renzi”, come viene indicato sui siti del Parlamento, così deciso a contrastare i “corpi intermedi”, dai sindacati alle associazioni dei professionisti, non mette mano a controllare anche il sistema cooperativo?

 

  • È arrivato il momento di dire pure che la legge elettorale dei sindaci va radicalmente rivista. Innanzitutto perché ormai la percentuale di affluenza ai ballottaggi è talmente bassa da non attribuire alcuna rappresentanza reale della cittadinanza ai sindaci eletti, ma soprattutto perché impedisce – con il ricatto dello scioglimento del Consiglio Comunale – eventuali sostituzioni di sindaci incapaci, privi di consenso, o che abbiano commesso irregolarità. Si potrebbero studiare degli interventi correttivi (ad esempio, sfiducia costruttiva con proposta di un nuovo sindaco), ma non si può più proseguire con sindaci che non sono più sopportati neanche dalla loro maggioranza, come Marino ad esempio.

 

Vi è infine il capitolo più doloroso, quello della destra al governo e soprattutto di quei personaggi provenienti da un ambiente che ritenevamo – per i sacrifici sopportati, per l’impegno manifestato, per una certa cultura e progettualità politica possedute – in grado di rappresentare ed anzi di esaltare i valori fondamentali dello Stato, della storia, della cultura, dell’onestà, della legalità. Ed invece, dobbiamo tristemente rilevare come dopo i primi brillanti esempi di amministrazione (Colleferro, Lecce, Foggia, Benevento, ecc.) i “nostri” amministratori di destra hanno dimostrato incapacità, incoerenza od addirittura sono caduti in gravi irregolarità, e sono stati sostituiti alla prima occasione elettorale, fra l’altro deludendo – forse per sempre – le speranze e le aspettative di larga parte del popolo italiano.

Adesso, si dovrà probabilmente attraversare un lungo periodo di “purgatorio”: che esso possa servire almeno per rigenerarsi dopo una seria, meditata e profonda riflessione soprattutto sulla questione etica di cosa voglia dire essere di “destra”, a prescindere dalle aggettivazioni (nazionale, sociale, popolare) che spesso servono a mascherare altri interessi ed altre finalità.