Finalmente, Ignazio Marino si è dimesso o meglio è stato dimesso dai romani metaforicamente,  come Cola di Rienzo, nello stesso giorno. Si è dimesso con lo stile peggiore, nel momento sbagliato e con minacce “mafiose”  al partito che lo candidò e fece eleggere contro il volere dei romani.  Il famoso 63% “bulgaro” delle amministrative, infatti, fu solo uno squallido trucchetto contabile. Non serve essere Pagnoncelli per capire che si trattò del 63% dei votanti, nel turno di ballottaggio, che vide al voto solo il 45 % degli aventi diritto. In sostanza, Roma è stata malgovernata da un sindaco votato solo da 1 romano su tre degli aventi diritto al voto. Un sindaco, quindi, non votato dalla maggioranza dei romani. Un sindaco scelto a tavolino da quegli strateghi del PD. Goffredo Bettini fra tutti, ma anche Nicola Zingaretti che ad elezione avvenuta commentò “Missione compiuta, Roma è salva”. Senza dimenticare Matteo Renzi, non  ancora segretario del PD, che venne apposta a Roma per dedicare a Ignazio un comizio a Garbatella. Ora tutti fingono di non conoscerlo. Ma saranno per sempre coinvolti…e responsabili. Sempre che non sia una “ammuina” e che Marino non sia diventato “utile idiota” del fronte anti Renzi che vede Sel e minoranza Dem uniti contro il toscano.

Ignazio si è rivelato un oligarca narciso, arrogante e, ora abbiamo scoperto, anche disonesto ( il “Teorema” di Pittsburgh  lo aveva già dimostrato). Non lo diciamo per partito preso. Come si dice. Lo scriviamo da semplici cittadini romani. Del resto, non bisogna soltanto vedere gli errori- innumerevoli- fatti da Ignazio Marino e dalle sue numerose giunte, ma anche cosa ha fatto l’opposizione e, soprattutto, chi ha fatto vera opposizione. E se andiamo a vedere- senza piaggeria- solo FDI e i M5S si sono distinti nella lotta a favore della trasparenza e dei territori.

Ci fanno pena, infatti, quegli osservatori che provano una difesa disperata enunciando 40 punti a favore della sindacatura Marino. Ci fanno pena perché se andate a leggere quell’elenco e non siete degli sprovveduti vedrete che ciò che di buono è stato fatto o era iniziato nella nostra consiliatura o era di iniziativa nazionale, ma mai di input del sindaco. Il trasferimento dei  camion bar? Plauso. Peccato che era stato iniziato da noi e completato dall’attuale governo. La finta pedonalizzazione di Via dei Fori ? Un disastro riconosciuto anche dagli ambientalisti. La riqualificazione urbana? Due soli esempi. Marino ha contribuito al fallimento di Eur spa per l’orrida “Nuvola” di Fuksas ed è riuscito a perdere i soldi anche quando erano già stati stanziati come nel clamoroso caso di Piazza Vittorio in cui avevamo fatto stanziare, su fondi statali, ben 2 milioni di euro per rifarla radicalmente. Prima Marino ha bloccato i lavori già iniziati, poi ha definanziato per metà e infine ha “congelato” i soldi senza più fare i lavori. Ma ne potremmo fare decine di esempi denunciati quotidianamente per due anni e mezzo dal nostro irriducibile gruppo capitolino e dai nostri consiglieri nei municipi.

Il disastro di Ignazio Marino è la dimostrazione che non sempre la società civile è migliore della politica. Quella sana, onesta e appassionata. Ma per selezionarla occorrono le primarie istituzionali , non di partito con parità di accesso ai media e non con selezione per censo. Insomma, quelle di cui Renzi torna ora a parlare, ma che non ha inserito nell’Italicum. Meglio farsele al chiuso dei circoli con accordi di vertice. Una pantomima.

E ora? Ora è il momento di affermare una visione della città che parta dalla cultura che è stata mortificata da Marino e dalla sinistra, dalle periferie da ricostruire, dai servizi sociali che – permette una polemica- non devono essere la foglia di fico per milioni di euro assegnati con somme urgenze per servizi scadenti alle solite cooperative. E anzi dopo Mafia capitale, che ripetiamo è, soprattutto, “sinistra” da decenni occorre ridefinire tutti i servizi sociali. Tutti. Azzerando vecchie concessioni e verificando fino all’ultima assegnazione.

Chi dovrà fare il sindaco di Roma? Lo devono decidere i romani che spesso si sbagliano, ma che poi ritrovano il senso della propria storia e identità millenaria e sanno scegliere chi li rappresenta nel profondo. Ma prima la visione di una capitale solidale, moderna e sostenibile, poi i nomi. Quelli ce li abbiamo, ma ora non servono.