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“Grande è la confusione sotto il cielo: la situazione è eccellente” diceva Mao Tse Tung. La massima sembra descrivere perfettamente la situazione politica di questi giorni. Se, però, la confusione è evidente, non è del tutto chiaro per chi la situazione sia eccellente. Il sospetto è che, alla fine, non lo sarà per la destra politica.

Ma vediamo i fatti. A Milano Berlusconi riesce a tirare fuori dal cilindro un candidato competitivo da opporre a quello imposto da Renzi alla recalcitrante sinistra milanese e ricompatta il vecchio schieramento del centro destra.

Stefano Parisi, in realtà, sarebbe perfettamente intercambiabile con Giuseppe Sala, il presunto fenomeno pigliatutto nonchè alfiere neo renzista nei salotti che contano, col quale condivide una parte del curriculum vitae.

La mossa sembra funzionare e la vittoria di Sala, data già per certa prima di votare dalle fanfare renziste dei giornaloni e dai poteri forti della città, comincia a non essere più così sicura.

Certo lo schieramento politico che sostiene Parisi è in realtà paradossale: alla presentazione della candidatura al Teatro Dal Verme Salvini, La Russa, Romani, la Gelmini si sono trovati dalla stessa parte di Maurizio Lupi, già ministro di Renzi, ora capogruppo di Area Popolare (NCD+UDC) alla Camera (e quindi sostenitore del presidente del consiglio che qui ha imposto il candidato Sala) che è riuscito ad agganciare il suo vagone carico di voti ciellini al trenino della coalizione di centrodestra a condizione di rinunciare al simbolo del partitino di Alfano (votum non olet).

E non finisce qui: in un’intervista al Corriere della Sera lo stesso Lupi ha commentato con tono entusiastico la scelta di Berlusconi di puntare su Marchini, in teoria avversario del candidato del PD Giachetti, ma in realtà utilizzato come un randello per bastonare Giorgia Meloni e Salvini ed impedire l’ascesa di una nuova leadership nel centrodestra, anche a costo di favorire, o probabilmente proprio per quello, un PD renziano in grandissima difficoltà.

Come dire il piede in tre scarpe: una a Milano, una a Roma e l’altra in Parlamento, secondo la migliore (o meglio peggiore) tradizione democristiana, ovviamente condita dalle solite tiritere a base di schemi fissi e logori sulla eterna contrapposizione tra moderati ed estremisti, populisti e democratici e chi più ne ha più ne metta.

Il caso di Lupi non è certo isolato: il partito di lotta (a Milano) e di governo (a Roma) schierava al dal Verme altri illustri suoi rappresentanti, come il vice ministro del governo Renzi Luigi Casero, che Parisi ha salutato dal palco con qualche inevitabile contorsione dialettica.

Non che il candidato sindaco faccia nulla per chiarire la situazione, anzi: al talk show L’aria Che Tira su La7 non ha esitato a proclamare espressamente di essere di sinistra e di venire dalla sinistra, per poi andarsene ostentatamente con tutta famigliola al corteo del 25 aprile (dove pare non abbiano gradito).

Grande quindi è la confusione sotto il cielo di Milano, come si diceva: candidati dalla destra che sono di sinistra, sostenitori del governo renziano che si schierano contro il candidato renziano, vice ministri che non appena superato il Po diventano oppositori del loro stesso governo.

Difficile capire per chi una situazione del genere sia eccellente, ma è forte il sospetto che ancora una volta la destra politica si ritrovi a fare da sherpa alla melassa del moderatismo politicamente corretto, che in caso di vittoria avrà la meglio e che coagulerà verosimilmente, almeno in loco, poteri forti oggi schierati dall’altra parte ma pronti come sempre a fare i propri interessi. In caso di vittoria la ricompensa di qualche poltrona non sarà certo sufficiente a compensare la mancanza di peso politico e la rinunzia ad una linea chiara ed aderente ai valori culturali e ideali della destra politica.

Si sta forse ripetendo lo stesso errore degli ultimi anni che, come sappiamo, ha avuto conseguenze deleterie e forse irreversibili. Perseverare è diabolico, come si sa. Se a Milano la confusione sotto il cielo è notevole, a Roma è totale.

L’alleanza politica che a Milano se la gioca alla pari con la sinistra (e che ha già vinto in Liguria), a Roma, dove la sinistra è in grandissima difficoltà, invece si sfascia miserabilmente.

Berlusconi, il cui partito in città pare sia intorno al 5%, prima invoca la Meloni, poi sceglie un candidato macchietta palesemente incapace e infine, contro ogni buon senso, si schiera con Alfio Marchini, rampollo della famosa famiglia di palazzinari comunisti, già simpatizzante del PD e da un po’ di tempo ripropostosi come candidato civico ed apolitico apparentemente al di sopra delle parti.

Evidente nella scelta, che divide anche Forza Italia, l’influenza più che delle esternazioni della ex valletta di Telecafone, di Gianni Letta e di quel mondo di poteri ed interessi trasversali che da sempre muove e governa le cose romane.

La mossa è apparentemente rischiosa: la possibilità che i due candidati del centro destra (quello vero, la Meloni, e quello finto, Marchini) facciano la fine dei capponi di Renzo a beneficio del candidato del PD, altrimenti sicuramente escluso dal ballottaggio, è più che concreta e forse è proprio questa la corretta chiave di lettura della situazione.

Un bel salvagente per un Renzi in difficoltà in cambio, evidentemente, di qualcosa di molto importante e non certo di natura politica. Ovviamente anche qui è partita la solita litania dei moderati: “È una decisione per riportare i moderati a governare Roma”, ha dichiarato Berlusconi prendendo le distanze da quegli stessi alleati, improvvisamente diventati (ma solo qui) estremisti, populisti e naturalmente “fascisti”, che potrebbero farlo vincere a Milano dopo aver vinto in Liguria ed averlo sostenuto negli anni d’oro della sua parabola politica.

Tutto sommato un altro caso di trasformismo, vecchio vizio italico sempre attuale; la solita piroetta dettata da interessi contingenti (non politici in questo caso) camuffati da presa di coscienza e finto senso di responsabilità.

Basta vedere chi accompagnerà Berlusconi in questa repentina convergenza verso questa specie di fantoccio politicamente corretto: dal sempiterno galleggiatore Casini a Gianfranco Fini alla disperata ricerca di un ruolo, magari da “padre nobile”, che lo faccia uscire dal buio in cui precipitato (una vera convergenza parallela in questo caso), fino a Francesco Storace, a parole custode della vera destra, in realtà abilissimo negoziatore del suo pacchettino di voti sempre pronto per il migliore offerente, di solito proprio Berlusconi (ma non fateglielo notare: vi risponderebbe a male parole).

Quello che è chiaro è per chi sia eccellente questa situazione: al PD romano stanno sicuramente brindando. A buon rendere, naturalmente.

 

La linea d’ombra