Cessate il fuoco, elezioni entro il 2018, stretta sul traffico di immigrati. L’intesa tra Serraj ed Haftar, i due protagonisti dello scontro in Libia, è stata annunciata a Parigi dal presidente Macron nella giornata di ieri. Un’intesa che costringe il governo Gentiloni a far buon viso a cattivo gioco: dopo aver lavorato silenziosamente nel tentativo di rafforzare l’esecutivo di Tripoli, guidato da Serraj, oggi Roma vede legittimato ufficialmente il leader cirenaico Haftar. E soprattutto si vede scavalcata nel lavoro di mediazione tra le parti in campo nella Quarta Sponda.

L’attivismo del ministro degli Interni Minniti, protagonista negli ultimi mesi di un intenso lavoro di contatto e mediazione tra le diverse realtà libiche, aveva lasciato sperare in un cambio di passo della diplomazia italiana nella spinosa questione libica. E poco importa che a dare il tempo nell’affrontare l’emergenza della Quarta Sponda fosse il titolare degli Interni piuttosto che il ministro degli Esteri, quell’Angelino Alfano più assorbito dalla necessità di tenere insieme i cocci della sua agonizzante Alternativa Popolare che dall’emergenza clandestini e dalla guerra civile che dal 2011 dilania la Libia.

Qualche risultato Minniti in questi mesi lo ha ottenuto, ad iniziare dalla ripresa del dialogo con le tribù del Sahara libico per arrivare alla firma di alcuni accordi per il controllo delle coste con il governo di Tripoli, l’unico internazionalmente riconosciuto. Ora, si può discutere sulla reale capacità e volontà dei tripolini di bloccare il flusso di clandestini, su cui in molti casi lucra la stessa Guardia Costiera libica, ma è evidente che consentire all’Italia di formare ed equipaggiare la polizia marittima libica rappresenta pur sempre un passo avanti nel tentativo di rimettere ordine nel Mediterraneo meridionale.

Ecco, però, che a ricordare come l’Italia non sia l’unico giocatore interessato alla partita libica, e certamente non è quello più spregiudicato nel perseguire la difesa dei propri interessi, ci pensa il buon Macron. Il presidente francese –salutato, giusto ricordarlo, come il salvatore della concordia europea di fronte al pericolo “fascista” incarnato da madame Le Pen- ha infatti convocato a Parigi tanto Serraj, presidente del governo di Tripoli, quanto il suo rivale Haftar, leader del governo di Tobruk. Tutti insieme allo stesso tavolo. Cosa che l’Italia non ha mai potuto o voluto fare, ferma com’è sulla posizione di riconoscere come unico interlocutore Serraj, legittimato dall’Onu. Molto meno dai rapporti di forza sul campo. Il generale Haftar, sostenuto da Egitto ed Emirati Arabi oltre che dalla Russia, sembra in grado di controllare con maggiore fermezza la parte orientale della Libia, a dispetto del governo di Tripoli, alle prese con costanti scontri tra le diverse fazioni e milizie che lo sostengono.

Insomma, Macron scompagina il lavoro diplomatico italiano mettendo allo stesso tavolo i due antagonisti libici. Un modo evidente per rilanciare ruolo e presenza francese sulla scena libica. E tentare di ridurre l’influenza italiana in materia di sfruttamento delle risorse energetiche libiche. Cosa che, in buona sostanza, contribuì a spingere l’ex inquilino dell’Eliseo Sarkozy ad andare alla guerra contro Gheddafi nel 2011. Contro ogni aspettativa dell’Italia, costretta poi a rinnegare il trattato con la Libia ed a prendere parte alla campagna di bombardamento (ma questa è una storia ancora tutta da scrivere, soprattutto per il ruolo che giocò l’allora presidente Napolitano, determinato ad evitare ogni contrasto con gli “alleati” europei).

Se il vertice di Parigi si fosse al tentativo di Macron di rimarcare la posizione francese in Libia tutto sommato il danno per l’Italia sarebbe contenuto (anche se dal punto di vista dell’immagine riunire intorno allo stesso tavolo i due leader rivali è già un buon risultato). Invece è arrivata una dichiarazione congiunta di Serraj ed Haftar. Una dichiarazione d’intenti deve certo poi diventare realtà, ma intanto è più di quanto ottenuto finora dal governo italiano. La posizione di Roma nella Quarta Sponda è ora, evidentemente, meno salda. C’è, poi, da tener conto che l’iniziativa di Macron poterebbe essere maturata all’indomani dell’incontro con il presidente americano Trump, a Parigi in occasione delle celebrazioni del 14 luglio. Se Parigi e Washington avessero stabilito una linea comune per la Libia tagliando fuori l’Italia difficilmente Roma avrebbe margini di manovra per recuperare uno spazio autonomo di agibilità politica. E difendere la presenza dell’Eni in territorio libico, visto che di questo si tratta in fin dei conti.

Il precedente non è incoraggiante: ad aprile la visita del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni al presidente Trump si è conclusa con un sostanziale flop per l’Italia. Dinanzi alle richieste italiane di una maggiore presenza in Libia il presidente Trump disse di “non vedere alcun ruolo per gli Usa” nella crisi del Mediterraneo meridionale. Gelando così le speranze italiane di un più robusto appoggio statunitense all’azione condotta nella Quarta Sponda.

L’impressione che si ricava è che l’Italia era e resta sola nell’affrontare la crisi libica, e la conseguente emergenza immigrazione, lontana anche da quelli che dovrebbero essere alleati, o almeno così vengono dipinti dai media e dagli opinionisti italiani, ma in realtà altro non sono che competitors. E dei più ostici: con una grande esperienza nella gestione di crisi nelle ex colonie o comunque in “aree oltremare” e, soprattutto, animati da una determinazione all’uso dello strumento militare che da sempre è uno dei maggiori limiti della politica di Roma. Alla fine il rischio che all’Italia tocchino gli immigrati ed a Parigi il petrolio c’è. E non è neanche troppo remoto.