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Onorevole Meloni, si apre una nuova fase per Fratelli d’Italia? Vuole imprimere al suo partito una svolta simile a quella che Gianfranco Fini realizzò a Fiuggi?
«Nel nostro partito è in corso un dibattito aperto. D’altro canto le elezioni amministrative hanno inviato un segnale importante. Prendiamo il caso di Roma. Lì, da soli e senza big al nostro fianco, ma con un programma credibile per la Capitale, abbiamo sfiorato il ballottaggio».

La vostra discussione interna investe anche il rapporto con l’alleato Matteo Salvini?
«Non ho ragione per allontanarmi da Salvini. Matteo è un ottimo alleato con il quale abbiamo condiviso molte battaglie. Ad esempio, abbiamo una visione comune su una grande questione come il rapporto con l’Europa e l’allergia agli “inciuci” con Renzi».

E il suo rapporto con Marine Le Pen?
«Dovremmo risentirci nei prossimi giorni. Marine Le Pen ha una visione patriottica che è compatibile con il nostro programma. Il nostro obiettivo è un altro: un modello di difesa degli italiani, senza scimmiottare i francesi».

Allora qual è la condizione per ricostruire il centrodestra italiano?
«Intanto, bisogna ripartire dalla coerenza e dalla credibilità. È chiaro che se vuoi stare nella nostra metà campo non puoi stare con un piede nell’altra metà».

Stefano Parisi è l’uomo giusto per riorganizzare il centrodestra?
«È un autorevolissimo interlocutore, però continuo a porre una domanda: cosa farebbe FI in un eventuale Renzi-bis dopo la sconfitta al referendum costituzionale?».

Che cosa pensa del suo programma liberal-popolare?
«Non l’ho compreso, mi mancano un po’ di elementi. Sembra che si rifaccia al programma dei repubblicani americani. Però vorrei sapere cosa c’entrino Alfano e Verdini con Donald Trump».

Andrà alla convention promossa da Parisi che si terrà in settembre?
«Dipende come sarà configurata. Ad oggi non ho ricevuto alcun invito. Ma se la proposta dovesse essere di farmi sedere allo stesso tavolo con Alfano, Verdini e Passera, sarebbe inutile inviarmelo».

Preferisce Giovanni Toti come leader del futuro centrodestra?
«Giovanni è sicuramente una persona con la quale abbiamo condiviso esperienze importanti. Rappresenta un modello di centrodestra coerente e combattivo. Preferirei, però, non mettere bocca nei partiti degli altri. Quelle di cui si parla in questi giorni sono dinamiche interne a Forza Italia. A me interessa soltanto capire sulla base delle loro scelte se ci sia una spazio per un denominatore comune».

Quale deve essere il denominatore comune per ricostruire il centrodestra?
«Il programma del nuovo schieramento di centrodestra non potrà non prescindere dalla coerenza. Deve essere chiaro che noi siamo alternativi a Matteo Renzi perché rappresenta un modello di governo che schiaccia i diritti e i bisogni degli italiani».

Poi?
«Capitolo tasse e sicurezza. L’obiettivo di un esecutivo di centrodestra sarà quello di rendere lo Stato meno oppressivo sul piano fiscale e più sicuro dalla minaccia del terrorismo islamico. Infine, guardiamo al presidenzialismo, alla difesa delle tradizioni e a valorizzare il mondo produttivo».

Capitolo referendum costituzionale. La campagna per il no può essere il primo step per ricompattare il centrodestra?
«È una grande occasione. Una settimana fa abbiamo fatto una iniziativa ad Arezzo costituendo un comitato per il no che ha al suo interno quella parte di centrodestra che già vince in Italia con proposte coerenti, credibili e persone specchiate. Dall’altra parte utilizzeremo la campagna referendaria per far conoscere il nostro modello di Costituzione, e dunque di Italia».