Sono passati ben quattordici anni dal rientro di Gabriele Adinolfi in Italia. Era il marzo del 2000, quando in televisione, vidi una sua intervista rilasciata appena dopo il suo arrivo. E’ inutile soffermarsi sul taglio “giornalistico” e su alcune domande prive di ogni logica. Era finalmente tornato dalla sua gente e nella sua terra. Contava solo questo. Oggi Gabriele è uno stimato conferenziere, saggista e autore, dal bagaglio di nozioni e della formazione culturale, estesa e concreta in svariati ambiti. In poco tempo è riuscito a dare linfa vitale al Centro Studi Polaris e al sito di informazione www.noreporter.org. Un Capitano sui generis che ha sempre disapprovato ogni forma di individualismo: privilegiando la partecipazione attiva alle sue iniziative, rivolta in direzione di una pluralità simmetrica, unica nel suo genere.

 

Ebbene, ci sono autori che stimolano l’intelletto ed alcuni che scrivono foglietti illustrati. Lo fanno in serie, ancor più quando si accorgono che la permanenza in vita della propria opera, viene dimenticata velocemente. Una tira l’altra, come le ciliegie. Non e’ il caso di Adinolfi che pur avendo pubblicato innumerevoli libri, dalle diverse argomentazioni, ha deciso di scrivere il suo secondo romanzo storico. Di sicuro, poco pertinente con gli accorati inviti a non guardarsi troppo indietro? Senza mai, per fortuna, essersi dichiarato in gioventù un uomo di Destra (oggi ancor di più), quando la sua attività politica cozzava ineluttabilmente contro il campo visivo di chi ne fece un vessillo. Quell’etichetta che configura una regola e, come abbiamo visto negli ultimi giorni, un modo di intendere, trasversale, la politica capitolina. Il libro di Gabriele e’ il secondo romanzo storico, che però non ha la presunzione di chiudere definitivamente un capitolo scomodo della storia italiana. E’ un invito all’approfondimento e a riflettere con intelletto.

 

I personaggi del romanzo, molti dei quali sono di pura fantasia e ideati dall’autore de “I Rossi, i Neri e la Morte” edito da Soccorso Sociale, implementano un racconto e quel filo conduttore che va dal gennaio al maggio 1978. Quell’anno funesto che attraversò come una lama tagliente l’eccidio di Acca Larentia, il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro; rievocando, intelligentemente, le voci dei protagonisti, le loro aspettative e i loro caratteri. All’interno di un quadro che privilegia la lotta reazionaria, dove le Brigate Rosse funsero da polo attrattore e mediatico di un’orchestra ad ampio respiro. Composta dalla scuola di lingue parigina Hyperion del filo russo Henry Curiel, dall’azione dei servizi segreti francesi, italiani, russi, dell’ex Germania dell’Est, israeliani e americani, dall’odore sulfureo del celebre Abbé Pierre (a uso ideologico) e dell’ortodossia internazionalista di Bianchi Caraldini, prontamente tirato a lucido da “Quella strage fascista. Cosi e’ se vi pare”.

 

 

Davvero appassionante il capitolo sette e la sua intitolazione che, altro non poteva essere, se non una dedica ai Romani e ai Normanni di allora. A partire dalle peripezie e dalla curiosità del giovane Rodolfo, dall’indole parecchio simile a quella dell’autore, d’innanzi alla figura del compianto corrispondente del Tempo Giorgio Locchi: precursore della Nuova Destra che influenzò con i suoi studi e le sue opere Marco Tarchi, Massimo Fini e alcuni dei tratti distintivi del pensiero di Alain de Benoist. Un giovane quale era Gabriele e quali erano Peppe Dimitri e Walter Spedicato, che in questo libro hanno voce, chiarendo alcuni aspetti che li hanno a lungo ritenuti, ingiustamente, gli artefici di un Movimento politico, organico e partecipe, alla mattanza degli anni ’70. In tal senso, invitiamo a leggere nello stesso capitolo, facendo molta attenzione al dialogo che vede come protagonisti lo stesso Rodolfo e lo scrittore, critico letterario, giornalista, saggista ed ispiratore del movimento regionalista normanno, Jean Mabire. Un breve ma significativo spaccato della realtà italiana e francese: sopratutto, evidenziando quali fossero le idee e la posizione di Terza Posizione, prima e durante l’assassinio di Aldo Moro.

 

Consci delle spregiudicatezza di una società spettacolarizzata nelle sue fondamenta (vedasi Orientamenti & Ricerca economici, l’Europa e Terza Posizione su www.gabrieleadinolfi.eu) in grado di assuefare un’intera generazione alle finzioni dell’economia sulla realtà, “I Rossi, I Neri e la Morte”, ha il pregio di essere uno scritto che mette a nudo l’assioma principale della comunicazione moderna, nell’ambito dell’informazione. Pensando poi, ai cinquantacinque giorni di prigionia di Aldo Moro, a quella passività nel leggere e nell’ascoltare, anni dopo quelle notizie non notizie, come se fossimo degli spettatori inermi dentro uno show. Ma allora è facile immedesimarsi in un presente che ha del surreale ? E’ difficile invece, credere che un romanzo storico, scritto seguendo i canoni classici ma attuale, possa destare interesse verso una vicenda che ha trasformato i carcerieri politici di Aldo Moro, in macellai senza coscienza. Così vorrebbero.

 

Il corpo del segretario della DC fu ritrovato a Roma all’interno di una Renault 4 di colore rosso in via Caetani. A metà strada dalla sede della Democrazia Cristiana in piazza del Gesu’ e via delle Botteghe Oscure, sede del Partito Comunista Italiano. Era il 9 maggio 1978, una data scelta non a caso… E se per indubbie certezze, sappiamo solo in piccola parte come e’ andata, scordiamoci le comodità. Questa volta non da spettatori ma da protagonisti, alla ricerca di un lembo di verità e più di ogni altra cosa, della nostra dignità.

 

 

 

Gabriele Adinolfi

I Rossi, i Neri e la Morte

Edito da Soccorso Sociale, anno 2014

Ppgg. 199-euro 18.00

In vendita su: www.gabrieleadinolfi.eu/sezione libri.