Nell’ottica sovranisti versus globalisti, la possibile entrata di Fratelli d’Italia nella partita di governo ha un sua ragion d’essere che vale la pena spiegare.

Soprattutto tenendo presente che, nonostante o forse proprio per le bizzarrie di questi tre mesi di crisi post-elettorale, oggi l’Italia sembra essere il laboratorio politico più interessante per capire e/o anticipare il futuro delle democrazie occidentali. Le nuove alleanze venutesi a formare quasi loro malgrado, e grazie a un presidente della Repubblica incauto apprendista stregone, hanno infatti posto probabilmente fine alla dicotomia novecentesca destra-sinistra che, per quanto paretiano residuo passivo, era ancora in campo a stabilire i parametri delle rispettive forze parlamentari. Di passaggio va notato che, nella vicina Francia, è stato proprio questo lascito ideologico novecentesco a impedire alla «destra» lepenista e alla «sinistra» melanchoniana di declinarsi in un nuovo e congiunto ordine appunto sovranista, lasciando così al centrismo europeista macroniano un campo d’azione che trovava nella novità della sua discesa in campo l’elemento di stimolo, e nel cannibalizzare le vecchie forze di sistema post-golliste e socialiste, il proprio humus elettorale.

L’Italia, da questo punto di vista, sembra andare oltre l’esperimento transalpino, così come nei confronti dell’esperienza spagnola sembra indicare una via di possibile ricomposizione rispetto alla dicotomia Podemos-Ciudadanos che, anche lì, continua a ridisegnare una destra-sinistra artificiale eppure ancora reale. Tornando a Fratelli d’Italia, e facendo un’analisi politologica e non una mozione degli affetti o un generico moralismo ideologico, vedere nella sua ipotetica entrata nel governo giallo-verde un tradimento delle idee della destra o, peggio, dell’eredità ideale del più che defunto Msi, è, oltre che sterile, fuorviante. Nel quarto di secolo che ci separa dal lavacro di Fiuggi e dalla nascita di Alleanza Nazionale, i resti di quel mondo sono divenuti dispersi frammenti privi di interesse e non sorprende che Fratelli d’Italia sia andata via via ritagliandosi un ruolo nazional-sovranista che la potesse mettere al riparo da una nuova colonizzazione di Forza Italia, pur esponendola al rischio di una neo-colonizzazione leghista.

Ora, è chiaro che in una logica sovranista, antiglobalista, euroscettica, antieuro chiamatela come volete, Fratelli d’Italia ha più chances e maggiori sintonie in un’ipotesi di governo grillino a trazione leghista di quanto non ne abbia in un’alleanza di centrodestra di cui resta l’eterno fanalino di coda e dove se il moderatismo forzista la inibisce da un lato, il celodurismo leghista la umilia dall’altro. Qui, se non altro, il suo piccolo ma significativo contributo parlamentare per il mantenimento della maggioranza di governo – l’ipotesi di uno o più ministeri è poi sfumata – gli possono garantire un ruolo autonomo e rispettabile. Si dirà: e la Destra, l’ordine, la legge, le istituzioni? L’impressione è che si tratti di concetti che, appunto, lo scontro fra sovranisti e globalisti mette in secondo piano e che poi, pur se diversamente declinati, fanno ormai parte di ogni forza politica. Il ministro dell’Interno Marco Minniti era di destra o di sinistra? Il giustizialismo Cinque Stelle è di destra o di sinistra? Se lo ius soli è di sinistra, il grillismo a esso contrario è per questo di destra?

Più importante è chiedersi se, alla lunga, per evitare il pericolo di essere risucchiati ancora una volta da Forza Italia, il partito della Meloni non corra il rischio di essere fagocitata dal salvinismo sempre più arrembante. È possibile ma il suo leader sa che lo scoprirà solo vivendo.

 

 

Stenio Solinas, Il Giornale 1 giugno 2018