Circa quarant’anni fa i maoisti italiani del PCIml- Servire il Popolo  — una rara banda d’idioti in cui pascolavano, agli ordini di Aldo Brandilari (ieri “padre del proletariato italiano”, oggi ciellino doc…), Michele Santoro, Renato Mannherimer  e la già incorteggiabile Lucia Annunziata —  strillavano “la Cina è vicina”. Poi il riflusso e nuove carriere. Ben per loro.

Ma, tra le tante cazzate dette e pensate,  i devoti italici del presidente Mao qualcosa avevano azzeccato: l’avvento di una rivoluzione culturale in Occidente. Con un’unica, sostanziale differenza:  non si trattava di un evento politico ma alimentare. Non baionette ma forchette. Un dato che, incredibilmente, sta sconvolgendo la nostra quotidianità. La nostra tavola. Il nostro presente e la nostra salute.

Con buona pace degli appassionati dello Slow food e del Gambero rosso, la lunga marcia non si è fermata. Ha soltanto cambiato il senso di marcia: svanito il sogno rivoluzionario e sepolte le velleità del “grande timoniere” la Cina oggi continua ad inquietare il pianeta in modo ancor più subdolo e molto più redditizzio delle stupidaggini ideologiche di ieri. Pechino si conferma, infatti, in questo primo scorcio del terzo millennio, il Paese con maggiori rischi per la sicurezza alimentare. Qualcuno avverta i dotti recensori di Repubblica, i cultori del multiculturalismo e gli ultimi maoisti…

Terrorismo mediatico? Paranoie salutiste? No. È soltanto il risultato di una analisi della Coldiretti sulla base dei dati Istat relativi all’ultimo anno, dopo l’ultimo scandalo alimentare in Cina che ha portato ad oltre 110 arresti per a vendita di carne di maiale contaminata proveniente da animali morti per malattia. Una “svista” che ha determinato conseguenze gravissime sul piano della sicurezza alimentare ed ambientale. La “questione” della carne di maiale segue di qualche anno quello della presenza di melamina nel latte — che ha determinato migliaia di morti per avvelenamento — , non è null’altro che la conseguenza di una politica di contenimento esasperato dei costi, legittimati sull’altare di un libero mercato senza regole, senza controlli. Senza senso.

Coldiretti precisa, inoltre, che le importazioni  di prodotti agricoli ed alimentari cinesi in Italia sono stimate in oltre mezzo miliardo di euro nel 2014 e riguardano tra l’altro concentrato di pomodoro, miele, riso ed aglio. Secondo i dati del sistema di allerta comunitario, il gigante asiatico si classifica al primo posto nella commercializzazione di cibi a rischio per la salute con ben 446 allerte pari al 14 per cento del totale.

Dalla sua bara il “grande timoniere” ghigna… La Cina è vicina e malsana, ma l’Occidente se ne frega, paga e consuma.